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Categoria: pensieri a sud

5 motivi per cui scegliere di imparare il greco di Calabria

5 motivi per cui scegliere di imparare il greco di Calabria

Me lo hanno chiesto in tanti: “come ti è venuto in mento di fare un corso di Greco di Calabria?” Pensavo fosse scontato il perché, ma se in tanti me lo hanno chiesto evidentemente mi sbagliavo. E allora provo a spiegarlo con questo post perché ho deciso di imparare il greco di Calabria. E magari viene voglia anche a voi. Prima di iniziare però devo dirvi che quando si parla di greco di Calabria il riferimento non è il greco moderno. Si tratta di una lingua che fino al XV-XVI secolo veniva parlata in tutta la parte meridionale della Calabria.

1. Il greco di Calabria, o il grecanico come lo si voglia chiamare, sta morendo.

La sua è una lenta agonia e non c’è nulla di cui andar fieri. Con la morte di questa lingua perderemo il cuore di un patrimonio culturale che affonda le sue radici prima dell’ottavo secolo a. C. E probabilmente non avrà più senso per noi calabresi andare orgogliosi del fatto che viviamo nella culla della Magna Grecia.

greco di calabria

Il greco di Calabria sta scomparendo perché non c’è più nessuno che lo parla. Sono rimasti una decina, per lo più anziani. La sua fine è scritta. Lo sappiamo tutti e abbiamo assistito a questo sfacelo inermi. Io anche lo sapevo, ma il giorno in cui ne ho preso coscienza è stato quando ho incontrato Olimpia Squillaci.

Il greco di Calabria raccontato da Olimpia Squillaci

Olimpia è una linguista, ha 28 anni ed è madre lingua Greco di Calabria. L’ho conosciuta in occasione del tour di Calabria Ispirata a Pentedattilo. La cosa che più mi ha colpito è che il suo progetto di ricerca sul Greco di Calabria è arrivato all’Università di Cambridge. A dimostrazione del fatto che siamo molto più interessanti se visti dall’esterno.

Ho ascoltato la sua lezione sulla nascita, evoluzione e abbandono del greco di Calabria per due ore che mi sono sembrate due minuti. E quando senza troppi giri di parole ha concluso la lezione dicendo: “questa è l’ultima chance: o la salviamo adesso o non c’è più nulla da fare“, senza altrettanti giri di parole le ho risposto: “lo voglio imparare io, il greco di Calabria”. E lo sapevo che non sarebbe stato sufficiente, ché non sono nessuno per salvare una lingua. Ma la storia che il mare è fatto di tante gocce la conosciamo tutti. Ed io volevo essere una di quelle gocce. Al massimo lo parlerò con gli anziani. O costringerò Olimpia ad un caffè settimanale.

2. Il Greco di Calabria racconta la storia dei calabresi e del mezzogiorno

C’è un’altra ragione per cui ho scelto d’imparare il greco di Calabria. Perché ho sempre pensato che non vai da nessuna parte se non sai da dove provieni. La storia della Calabria parte da lì, da quell’anima greca che è stata così influente da condizionare un’intera popolazione, negli usi e nei costumi. Cancellarla significherebbe rinnegare una parte della nostra storia. Questa ragione è un po’ il presupposto della terza ragione per cui ho scelto di imparare il greco di Calabria.

3. Conoscere il greco di Calabria vuol dire andare fieri delle nostre origini

La terza ragione me l’ha fatta pensare il dottor Tito Squillaci, padre di Olimpia. In un servizio su Tv7 l’ho sentito dire “La cosa peggiore è avere vergogna di ciò che si è”. Nel dire questa frase si riferiva alla ragione per cui questa lingua è andata scomparendo: perché ce ne si vergognava. Il greco di Calabria era considerato la lingua dei pastori. Se volevi trovare un lavoro dovevi affrancarti da questa lingua. E così hanno fatto i calabresi dell’area grecanica: se ne sono liberati. Rinunciando alla loro tradizione, alla loro storia. Ed io penso che non ci si può vergognare di quello che siamo stati.

4. Il Greco non è una lingua morta

La quarta ragione per cui ho scelto di imparare il Greco di Calabria risiede nei miei studi classici. Quando andavo al liceo mi sentivo sempre ripetere quanta inutilità ci fosse nello studio della lingua Greca. Ed ho finito per crederci. Nel proseguire gli studi, il greco non l’ho mai più ripreso. Ma solo apparentemente. Il greco in realtà è stato sempre presente. E non lo pensavo mica io. Me lo dicevano alcuni professori che ho incontrato all’università. Che si vedeva che avevo studiato greco nei discorsi complicati, fatti di lunghe subordinate. E anche se il Greco di Calabria è una lingua diversa dal greco antico, ha innumerevoli punti di contatto. Capirlo è un po’ come unire i punti, chiudere un cerchio e dare un senso di completezza a quei cinque anni da liceale.

5. Capire il greco è una questione di militanza – come la vita

La quinta è ultima ragione è una ragione del cuore. Una ragione che ho ritrovato in una frase di Andrea Marcolongo. Nel suo libro “La lingua geniale” scrive: capire il greco non è questione di talento, ma di militanza – come la vita. Ché io il greco a scuola l’ho studiato, mi ci sono scontrata e ho preso tante tramvate, ma forse non l’ho mai capito. E forse mi succede la stessa cosa con la Calabria: l’ho amata, l’ho studiata, l’ho anche abbandonata perché non la capivo più. C’è però sempre stata una forza che mi ha spinto a tornare indietro. Per capirla meglio e per impararla a memoria, con tutti i suoi difetti e elevandone all’infinito i pregi.

greco di calabria

La felicità è questione di coraggio

La felicità è questione di coraggio

Arriva prima o poi un momento della nostra vita in cui nella testa inizia a tintinnare un campanello, che suona un po’ come il preludio di una crisi: sentimentale, lavorativa o personale. Il più delle volte tendiamo ad ignorarlo quel campanello che mina la nostra felicità, nel tentativo di lasciar passare il momento. Ma fidatevi, difficilmente accadrà. Siamo semplicemente noi bravi a nasconderlo attraverso distrazioni di ogni sorta, perché ammettere a noi stessi che abbiamo fallito, che abbiamo fatto un errore di valutazione, che abbiamo preso una strada che non è più la nostra, è svilente. In realtà non sono i percorsi ad essere sbagliati: semplicemente le cose cambiano, noi cambiamo. E quello che andava bene tre anni fa, può smettere di funzionare oggi. Riconoscerlo è un atto di amore verso noi stessi, affrontarlo è un atto di coraggio. Come la felicità. 

A diciott’anni credevo che la cosa migliore per me fosse quella di lasciare la vita di provincia e andare a studiare nella grande città. A ventitré anni la grande città ha iniziato a soffocarmi ed ho sentito il bisogno di un posto a misura d’uomo. A ventisette ho capito che avevo una forte urgenza di viaggiare e vedere il mondo, roba che mi sarei messa uno zaino in spalla e sarei partita all’istante; e così ho fatto –senza zaino in spalla però-. Quando ho raggiunto i trenta è stato il momento del voler accorciare le distanze, trovare un posto da chiamare casa, ché per quanto uno possa integrarsi in un luogo, non sarà mai come quello in cui sei nato e cresciuto. A trentaquattro anni ho capito che il posto fisso non esiste, che si può lavorare bene e meglio non necessariamente seduta dietro una scrivania per otto/dieci ore di fila. Per anni mi avevano inculcato che più avrei studiato più avrei avuto la possibilità di trovare un posto sicuro, per la vita. Ed io ho fatto questo: ho studiato, tanto. Ho collezionato corsi di aggiornamento, lauree, master, stage, tirocini, ho lavorato gratis per avere più esperienza, mi sono trasferita all’estero per perfezionare le lingue. E alla fine è arrivato il contratto a tempo indeterminato: solo che quando è arrivato, era cambiato il mondo ed inevitabilmente ero cambiata io. E mentre qualcuno continuava a predicare l’importanza di lavorare di più per guadagnare di più, fare più straordinari per acquisire  più clienti, io iniziavo a leggere di filosofie totalmente opposte, di conciliazione tra vita privata e lavoro, che non era sempre vero che più si lavorava e più si guadagnava. Ascoltavo storie di aziende virtuose che chiedevano ai dipendenti di lavorare per raggiungere un obiettivo qualitativo. C’era persino qualcuno a cui non importava da dove lo raggiungevi quell’obiettivo, se da casa o dalla stanza di un albergo.

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Erano non uno, ma cento campanelli di allarme. Li ho ignorati per molto tempo, mi sono lasciata convincere per mesi che lasciare un contratto a tempo indeterminato senza avere un’alternativa sarebbe stata una follia. Sembrava quasi che non ci fosse una via d’uscita. Eppure io sapevo che una via d’uscita c’era, che la propria felicità è più importante di un posto di lavoro stabile, che l’onesta nei confronti degli altri è doverosa, ma quella verso se stessi è un imperativo morale. Quando ho smesso di mentire a me stessa, quando quel campanello non ha più smesso di suonare, è stata come una tranvata in piena faccia, ma anche una liberazione. In un primo momento sentivo gli occhi puntati addosso di tutti quelli che pensavano fossi pazza, al punto che ho finito per crederci davvero ed ho cercato di estraniarmi da me e guardarmi da fuori.

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Cosa avrebbe fatto un’altra persona al mio posto? Perché non potevo essere anche io come tutte le persone normali che scelgono di studiare, trovare un lavoro stabile, sposare un uomo che le ami –possibilmente coetaneo – fare due figli e vivere nella tranquillità più totale? Riflessioni come queste, possono mandarti in pappa il cervello. Fidatevi. Possono convincerti che stai sbagliando tutto. Poi mi sono resa conto che non si tratta di vivere una vita tranquilla o meno; ognuno di noi ha la propria storia, il proprio percorso: quello che siamo è frutto di scelte, a volte sofferte, ma soltanto nostre. Ed è quando ce ne rendiamo conto che saremo in grado di rovesciare il tavolo, salutare tutti ed uscire di scena. Partire per quel viaggio a lungo sognato, mettere fine ad una storia che non ha più linfa vitale, lasciare un lavoro che non ci soddisfa più, è davvero così difficile? Sì certo che lo è, ma spesso la felicità si nasconde dietro le paure che riusciamo a superare. Quelle decisioni che ci sembrano degli ostacoli insormontabili, una volta prese avranno alleggerito il nostro cuore. Ed è lì che avremmo la certezza di aver fatto la scelta giusta.

La cosa più importante da fare è isolare i condizionamenti esterni o perlomeno selezionarli. In fin dei conti ci sarà sempre qualcuno che ci dirà che stiamo sbagliando tutto, che criticherà le nostre scelte, che tenterà di portarci con i piedi per terra. Le persone piccole, quelle che ci giudicano con superficialità e senza aver camminato “almeno un miglio con le nostre scarpe”, le dovremmo quasi ringraziare. Se tanti ostacoli li supereremo, sarà anche grazie a quei #noncelafaraimai sussurrati, a volte urlati, spesso nascosti dietro sguardi di commiserazione. Saranno la nostra spinta a fare meglio, il nostro orgoglio sepolto che finalmente si deciderà a riemergere in superficie. Non sarà facile, soprattutto se con noi non ci sarà una rete di sostegno, pronta a raccoglierci tutte le volte che cadremo. Ma cosa succede quando sono le persone che fanno parte della nostra vita, quelle che conoscono il nostro percorso, quelle con cui abbiamo condiviso pezzi di vita, a guardarci con l’aria di chi pensa che siamo un caso disperato?  Se essere giudicati da chi ci conosce superficialmente fa parte del gioco, è quando a farlo sono le persone che ami che suonerà davvero come una sconfitta. Vi diranno che lo fanno per il vostro bene, io però credo che chi ti ama debba anelare solo alla tua felicità. 

Personalmente se mi guardo indietro non posso andare fiera di tutte le mie scelte. Sicuramente sono stata una pazza a rinunciare all’Erasmus per amore di una persona che non so neanche più dove sia e forse anche a tornare in Calabria dopo averla lasciata per dieci anni. Il punto è che ci sono scelte che cambiano definitivamente il corso della nostra vita e altre che lo deviano soltanto. Per intenderci: l’Erasmus non potrò più farlo, cambiare di nuovo città sì. A conti fatti ho chiuso una porta ad una grande opportunità, ma se ne sono presentate tante altre. La mia mezza pena è questa: pensare che se fossi partita non avrei fatto tante altre cose che ho fatto rimanendo. Qualsiasi siano stati i nostri errori, fanno parte del gioco, ma spesso è grazie a questi errori che si raggiunge la felicità, sbagliando. Con coraggio. 

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E a voi è capitato di prendere una decisione difficile contro tutto e tutti, alla ricerca della felicità?