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Categoria: viaggi a sud

Il Salento che non ti aspetti: Botrugno e dintorni (I parte)

Il Salento che non ti aspetti: Botrugno e dintorni (I parte)

Identità Salentina Botrugno e dintorni

Il viaggio per raggiungere la Puglia è lento. Quando sceglierete di visitarla, mettetevi l’anima in pace. Ci sono dei luoghi che per raggiungerli ci vorrà più tempo. Sono mete nascoste e non inserite negli itinerari convenzionali. Destinazioni non ancora prese d’assalto dal turismo di massa. Eppure, si tratta di luoghi ameni, dove perdere la dimensione spazio temporale e ritrovare quella dell’immaginazione. Il mio ultimo viaggio in Salento è stato esattamente così: immaginato. Cinque giorni in cui il mare l’ho visto poco e mi sono mossa verso l’interno, nel Salento che non ti aspetti: tra i borghi di Botrugno, Poggiardo, San Cassiano, Minervino di Lecce. Con lo sguardo sognante.

Come ho scritto qui, il Salento non è solo lu sole, lu mare e lu jentu.

È un abbraccio di quelli che ti stritolano fino a non farti respirare, tavole imbandite con i prodotti che regala ogni giorno la terra, porte sempre aperte e mani tese. È pioggia scrosciante per giorni interi, ritmi lenti e attesa che la natura faccia il suo corso.

Arrivo a Lecce, la città dorata, nel tardo pomeriggio del 17 febbraio. Poggiardo dista circa trenta minuti di auto dalla città dorata. Per raggiungerla percorriamo la ss 16 adriatica in direzione Maglie per circa 28 km.

Poggiardo – B&B il Borgo

Poggiardo è un suggestivo borgo di origini trecentesche con circa 6.000 abitanti. Il B&B che mi accoglierà durante i cinque giorni di Educational Tour, alla scoperta della vera identità salentina, si trova nel centro storico di Poggiardo. Ed è qui che ricevo il primo abbraccio stretto, made in Salento. Valeria, da perfetta padrona di casa ci conduce tra le stanze del B&B Il Borgo, un tempo casa a corte e abitato da famiglie diverse quante sono le stanze al suo interno. Oggi trasformato in un elegante B&B in cui è stato mantenuta quanto più possibile la struttura antica, grazie al recupero del mobilio e ai suppellettili antichi restaurati.

Poggiardo - il Salento che non ti aspetti

Cinque giorni, quelli nel Salento, in cui ho imparato a mangiare i ceci e le fave, a digerire i peperoni, ad aspettare pazientemente che smettesse di piovere, a reggere l’umidità, a stare con il naso all’insù per ammirare i balconi dei palazzi in stile barocco, a ballare la pizzica e a non sentire troppo la mancanza del mare.

Botrugno – il Salento che non ti aspetti

La prima tappa di questo viaggio è Botrugno, a circa 6 km da Poggiardo, nel Salento meridionale. Ad accoglierci, nella piazza principale di questo gioiello incastonato nel cuore del Salento, il sindaco Pasquale Barone. Un borgo di appena 2.700 abitanti che conserva un patrimonio culturale ancora intatto: come il Palazzo Marchesale, situato in quella che un tempo era chiamata Piazza del Convento. Voluto nel 1400 dal casato dei Maramonte, il maestoso palazzo fu venduto durante la metà del ‘600 ai Castriota Granai che lo trasformarono in una vera e propria residenza nobiliare.

Botrugno - il Salento che non ti aspetti

Gianni, vero amante del territorio, ci fa da Cicerone in questa prima tappa, tra sacro e profano.

Gran parte della storia di Botrugno è legata al suo Santo Patrono: Sant’Oronzo. Ma cosa sappiamo di questo Santo venerato non solo a Botrugno, ma anche a Lecce, Caprarica, Turi, Muro Leccese, Castiglione e altri centri dell’Italia meridionale?

La leggenda narra che Oronzo fosse un giovane pagano romano che si convertì al Cristianesimo per opera di Giusto, discepolo di San Paolo. Fu lo stesso San Paolo a nominare Oronzo primo vescovo di Lecce. Giusto e Oronzo iniziarono un lungo viaggio lungo la terra salentina e la Puglia evangelizzando e convertendo al Cristianesimo diverse città. Durante la persecuzione dei romani, Oronzo si rifugiò ad Ostuni. Quando la persecuzione arrivò anche lì, Oronzo fece ritorno a Lecce, dove fu decapitato. Fino a poco tempo fa si credeva che la testa di Oronzo fosse sepolta nella cattedrale di Lecce. Non essendoci testimonianze storiche a riguardo, Sant’Oronzo è diventato Santo a devozione locale. I resti attribuibili a Sant’Oronzo si trovano in Serbia.

I festeggiamenti in onore del Santo si svolgono ad agosto. Ma Sant’Oronzo viene festeggiato anche il 20 febbraio, data in cui il santo salvò la provincia di Lecce dal terremoto, nel 1743. La pioggia incessante di questi giorni ci farà perdere la cosiddetta festa di “Santu Ronzu Piccinnu”(Festa piccinna di Sant’Oronzo), di cui ne vediamo solo i preparativi.

Tra le chiese da visitare a Botrugno vi è la Chiesa dello Spirito Santo, dove intorno alla metà del Seicento venne realizzato l’altare dedicato a Sant’Oronzo; la Chiesa della Madonna di Costantinopoli, e la Chiesa della Madonna Assunta, chiesa originariamente dedicata a San Nicola e al cui interno c’è un affresco unico in Italia che raffigura la madonna con il bambino, che benedice alla greca.   

Botrugno - il Salento che non ti aspetti

Botrugno – i musei

Botrugno è sede del Museo Civico delle Forze Armate, nato nei locali deposito del Palazzo Marchesale e dedicato all’Ammiraglio Rubelli. All’interno del Museo è raccontata la storia d’Italia attraverso apparecchiature, antenne, divise storiche e non, cimeli vari.  A colpire è la cura certosina con cui è rappresentata e ricostruita la vita lavorativa e quotidiana delle epoche più importanti della nazione.

Botrugno - il Salento che non ti aspetti

Nel Salento che non ti aspetti trovi, inoltre, una collezione insolita: “Il museo della lametta”, al cui interno è presente la Storia della Lametta da Barba di Alfonso Tozzi, che raccontata attraverso quest’oggetto innovativo, guerre, emancipazione della donna, diritti conquistati, sport e usi e costumi del nostro paese.

Botrugno - il Salento che non ti aspetti

Botrugno – tradizioni e popolazione locale

Passeggiando per il borgo ci addentriamo in un antico cortile dove troviamo le signore Antonietta e Addolorata. La storia di Botrugno è racchiusa anche nelle loro mani rugose, di quelle che hanno lavorato la terra, e nei loro volti segnati dal tempo. Antonietta ci racconta che la sua casa ha oltre 100 anni e che fu costruita presumibilmente durante la guerra di Abissinia.

Botrugno - il Salento che non ti aspettiAll’interno di questo cortile, un tempo agorà degli abitanti che ci vivevano attorno, sembra di tornare indietro nel tempo. E dietro lo sguardo diffidente e profondo di Addolorata scopro il suo mondo antico in cui il bucato veniva lavato con la cenere nella cosiddetta pila in pietra leccese e sciacquato con l’acqua della cisterna.

Botrugno - il Salento che non ti aspetti

Prima di lasciare Botrugno facciamo un salto al Bar Sport, luogo ricreativo degli abitanti del posto. Attivo dal 1930 è il bar più antico del paese. Negli occhi degli uomini di Botrugno si legge la bellezza delle cose semplici e il meritato riposo dopo una vita colma di sacrifici.

Batrugno - Bar Sport

San Cassiano – il frantoio ipogeo

La seconda tappa del nostro viaggio è in uno dei borghi più autentici del Salento: San Cassiano.

Il fulcro di questo centro, tra i borghi più autentici d’Italia, è piazza Cito, con l’elegante Palazzo Cito, costruito alla fine del XIX secolo.

San Cassiano - il Salento che non ti aspetti

Guidati da Gianfranco visitiamo un antico frantoio ipogeo del palazzo Ducale, scavato nella roccia per assicurare sia una migliore conservazione del prodotto che la sicurezza dei lavoratori. All’interno del frantoio venivano tenuti anche gli animali. Qui veniva prodotto l’olio lampante, che serviva anche all’illuminazione locale. Il frantoio di San Cassiano fa parte del circuito dei frantoi di Terra d’Otranto, con lo scopo di tutelare l’olio extra vergine d’oliva prodotto in quest’area e incrementare la commercializzazione del prodotto

Dopo la visita Gianfranco ci guida nella corretta degustazione dell’olio e nella differenza tra olio lampante e olio Evo. 

San Cassiano - il Salento che non ti aspettiDall’olfatto al gusto è un percepire aromi e sentori della terra. Assaggiando e degustando, percepisco che l’olio lampante è più acido e pungente al palato. Gianfranco ci spiega che in Salento viene utilizzato come prodotto giornaliero in cucina.

Al termina della nostra degustazione facciamo rientro al B&B  con la pancia piena, ma il cuore di più.

Leggi la seconda parte qui

 

 

 

Menhir Salento: identità salentina

Menhir Salento: identità salentina

Educational Tour Botrugno e dintorni –

Il giorno dopo il rientro dal viaggio è sempre un po’ malinconico. Succede quando vivi un’esperienza così totalizzante e immersiva come l’ultimo Educational Tour in Salento. Ti svegli e non sai bene dove ti trovi. Tornare alla quotidianità è alquanto faticoso, un po’ come quando riprendevi la scuola a settembre. Sono stata via solo cinque giorni, ma sono bastati per incidere nel cuore sensazioni indimenticabili.  Provo a raccontarle in pensieri sparsi che in questo mio primo post portano il nome di Menhir Salento“una famiglia numerosa sempre in viaggio”. 

Menhir Salento - identità salentina Botrugno e dintorni

Questa famiglia, nata nel 2005 da un progetto di Gaetano Marangelli, affonda le sue radici a Minervino di Lecce. Nel cuore del Salento convive un trittico perfetto composto da Menhir Cantine & Vini, Anna Organic Farm e Origano Osteria & StoreHo trascorso una giornata in questa realtà, scoprendo tante cose.

Tanto per cominciare il Salento non è solo lu sole, lu mare e lu jentu e non perché il sole io in cinque giorni non l’ho visto per nulla (pare sia capitata nella settimana più piovosa dell’anno), ma semplicemente perché è molto di più. È un abbraccio di quelli che ti stritolano fino a non farti respirare, tavole imbandite con i prodotti che regala ogni giorno la terra, porte sempre aperte e mani tese. È pioggia scrosciante per giorni interi, ritmi lenti e attesa che la natura faccia il suo corso.
Menhir Salento - identità salentina Botrugno e dintorni

Menhir Salento – Cantine e Vini

In Salento ho imparato a mangiare i ceci e le fave, ho scoperto che ci sono un’infinità di connessioni con la Calabria: nella lingua, nei modi di dire, di mangiare, di cucinare. Ed ho bevuto vino, tanto vino. Di quello buono, che la mattina dopo non ti svegli col mal di testa. Ho bevuto tra i più buoni rosati del pianeta ed ho visto quanta fatica ci vuole per produrlo. Ché io che sono calabrese e sempre in cerca di tradizioni antiche, ho imparato cosa vuol dire tramandare i saperi e i sapori della propria terra. E quando scopro aziende e persone virtuose al sud, torno a sperare. L’azienda vinicola Menhir è una di queste aziende virtuose. A raccontarcela è Gianfranco Di Giuseppe: “i vigneti della cantina Menhir sono dislocati dalla Valle d’Itria in giù, nel centro sud del Salento. Merito di quest’azienda è quello di aver riportato la vigna a Minervino di Lecce, dove mancava da circa cinquant’anni.”

menhir salento - cantine e vini

Inoltre, Menhir vinifica valorizzando il territorio, ovvero producendo solo vini autoctoni. Sono diciannove etichette di vini rossi, tra le quali due biologici certificati,  quattro bianchi e due rosati. Ma Menhir Salento non è solo vini. È cucina autentica e bottega gourmet. Quella che troviamo da Origano Osteria & Store, dove veniamo accolti per un pranzo degustativo.

menhir salento - lo stretto indispensabile

Menhir Salento – Origano Osteria

La nostra esperienza sensoriale inizia con un antipasto a base di crudo di gambero viola, melograno e carota di polignano, una tagliatella di seppia, salsa di mandorle, puntarelle e caffè. In abbinamento Novementi Rosato – Primitivo IGP Salento dal gusto fresco e persistente. È il primo vino rosato prodotto dall’azienda, pensato – appunto – da nove persone.

Menhir Salento - Origano Osteria

Proseguiamo con un risotto mantecato con sgombro affumicato, arancia candita, mugnuli e rosmarino. In abbinamento il bianco Menhir Verdeca Puglia IGP Salento, dal gusto agrumato. E mentre la temperatura sale, arriva un baccalà su una salsa a base di miele, limone e salicornia. In abbinamento il Pass-o Fiano Minutolo IGP Salento. Un vino bianco caldo e avvolgente con note di miele. Il sommelier commette l’ingenuità di poggiare la bottiglia di vino accanto a me. Il risultato è che mi perderò il saluto del sindaco di Uggiano per dedicarmi alla degustazione di questa delizia. Non per niente è uno dei vini più premiati dell’azienda.

Il resoconto della mia degustazione è visibile sulle stories in evidenza di Instagram.

Dal primo al dolce è un trionfo di sapori delicati, ma allo stesso tempo decisi, mai stucchevoli. Il merito di questo menù così ben strutturato è dello chef Alfredo De Luca, che dopo aver deliziato il nostro palato esce a presentarsi. E lo fa di fronte ad una Millefoglie chantilly, con cioccolato bianco e sorbetto di cachi sublime. In abbinamento il D’Alesio – Aleatico Passito IGP Puglia dall’aroma intenso. 

La cucina di questo luogo ne rispecchia la sua identità: tradizionale e sincera, ma allo stesso tempo ricercata. “Nasce da esperienze di ieri e intuizioni di domani e restituisce piccoli piaceri fatti di note, profumi e colori.”

C’è un grande lavoro dietro e ci sono i prodotti del terzo anello mancante di questa azienda virtuosa: Anna Organic Farm.

menhir salento - origano osteria

Menhir Salento – Anna Organic Farm

In Salento ho conosciuto grandi lavoratori, come Gianfranco che parla dell’ azienda in cui lavora come se fosse propria, tanto è il senso di appartenenza, o come Alfredo che ci racconta i piatti che ha preparato partendo dal territorio. Di quegli uomini che si alzano la mattina quando il sole deve ancora sorgere, che conversano con le piante e che quando parlano di biologico, lo fanno per davvero. E nei loro occhi ci vedi la passione e l’amore per questa terra. Come quella che leggo negli occhi di Nicola, agrotecnico di Anna Organic Farm, a filosofia bio.

Menhir Salento - Anna Organic Farm

Anna è un progetto ambizioso e altamente rischioso, che punta al recupero e alla riqualificazione delle piante officinali e delle specie botaniche della macchia mediterranea. Il risultato è un modello di produzione agricola sostenibile che porta sulla nostra tavola vini autoctoni biologici, olio e ortaggi.

Tutte le mattine Nicola passeggia tra i 15 ettari di terreno piantumato ed inizia a spostare manualmente le piante meno robuste alla ricerca di macchie fungine ed infestazioni che possono poi ripercuotersi sul vigneto. È un lavoro certosino quello di Nicola, che richiede cura e attenzione ed è indispensabile per un’azienda che non si avvale della chimica.

Menhir Salento - Anna Organic Farm

A dargli una mano ci sono gli starter come la lavanda e lo zafferano, le prime piante che Nicola controlla ogni mattina: se sono sane loro, ci sono buone probabilità che lo sia anche il vigneto. Poi passa a controllare le singole viti. Grazie a questo lavoro nascono Filo, Vega, D’Alesio e la linea Pietra. 

menhir Salento - Anna Organic Farm

Passeggiando nel vigneto noto tre varietà diverse di lavanda, ortaggi e piante spontanee.

Scorgo un raggio di sole dopo tre giorni di pioggia continua e costante, mentre Nicola racconta di quest’antico che è diventato moderno, del suo ritorno alla terra e alle proprie radici, del bisogno di educare le persone. Perché dietro ogni vino ci sono storie lunghissime. Quella di Menhir è una bella storia e se volete conoscerla da vicino, siete invitati a scoprirla il 26 e il 27 maggio, quando si terrà Cantine Aperte.

La Salerno-Reggio Calabria diventa A2 “Autostrada del Mediterraneo”

La Salerno-Reggio Calabria diventa A2 “Autostrada del Mediterraneo”

Panorami, storie, profumi e sapori del Sud Italia. Con questo claim viene presentata alla stampa la nuova “Autostrada del Mediterraneo” che prende il posto della vecchia A3 “Salerno-Reggio Calabria”. Assieme al nuovo nome sono stati presentati dieci itinerari per invogliare il turismo a sud, uno spot con l’immancabile Giancarlo Giannini che fa da testimonial e un’app gratuita, al momento disponibile per dispositivi Android, con informazioni e suggerimenti sui dieci percorsi tematici.

Ora che i lavori di ammodernamento principali sono terminati, ci voleva un cambio nome, se non altro per toglierci di dosso quell’etichetta di incompletezza, di non finito. Chi pensa alla Salerno-Reggio Calabria, immagina senza dubbio un’odissea e noi nati negli anni ’80 siamo cresciuti con l’incubo di quest’autostrada: lunga (per non dire infinita), vecchia, tortuosa e pericolosa. Da bambina ho fatto tantissimi viaggi con i miei genitori e mio fratello in macchina. Ricordo che partivamo sempre a notte fonda per evitare il traffico e perché mio padre preferiva viaggiare quando tutti dormivano. Con gli occhi ancora stropicciati dal sonno io e mio fratello venivamo sistemati nei sedili posteriori con tanto di cuscini e lenzuolino, ci sdraiavamo testa contro piedi e continuavamo beatamente a dormire. Quando mi svegliavo eravamo quasi sempre alla fine della Calabria. Mio padre si divertiva ad interrogarmi in geografia: dov’è l’est? qual è il capoluogo del Friuli Venezia Giulia? Guardando Nord dove si trova il Marocco?  

Mia madre, invece, era ossessionata dalle stazioni di servizio. Sapeva che io avrei dovuto provarle tutte. Erano così sporche che sperava sempre che resistessi fino a l’ Autogrill La Macchia. Inutile dire che non accadeva mai, però ricordo che la civiltà per noi iniziava quando scorgevamo quella stazione di servizio: grande, moderna, profumata e pulita. Viaggi autentici quelli con i miei genitori, di quelli che non si scordano più.

Oggi percorrere l’autostrada che porta fino all’estremo sud è sicuramente più semplice e più veloce e mi piace pensare che questo progetto possa finalmente invogliare i turisti a raggiungerci in auto, a deviare il percorso, a fermarsi nei nostri meravigliosi borghi, a scoprire l’entroterra di questo sud sempre più accogliente. E i dieci itinerari proposti sono davvero pensati per tutti.

Se sei interessato al turismo culturale, ti consiglio di scegliere i percorsi La Via dei Castelli e La via del mito.

Castello Ruffo di Scilla. Credits immagine: https://www.autostradadelmediterraneo.it/itinerari-la-via-dei-castelli
Castello Ruffo di Scilla. Credits immagine: https://www.autostradadelmediterraneo.it/itinerari-la-via-dei-castelli

Se ti interessa più un turismo naturalistico, gli itinerari più adatti a te sono La Via dei Parchi e La Via dello Sport; se a guidarti è l’enogastronomia opta per La Via del Caffè e per il percorso Sulle orme di Bacco e Cerere. Se preferisci un turismo religioso e alla scoperta di antiche tradizioni la Via della Storia e La Via della fede fanno al caso tuo. Se alla parola mare se già in costume e infradito, devi percorrere senza ombra di dubbio la Via del mare.

Spiaggia di Pizzo Calabro. Credits immagine: https://www.autostradadelmediterraneo.it/itinerari-la-via-dei-castelli
Spiaggia di Pizzo Calabro. Credits immagine: https://www.autostradadelmediterraneo.it/itinerari-la-via-dei-castelli

Di strada da fare ce n’è ancora tanta, in tutti i sensi. Ci sono alcuni tratti dell’autostrada non ancora finiti, ma noi nel frattempo prepariamoci ad accoglierli come si deve questi turisti e iniziamo davvero a pensarli come una risorsa preziosa.

 

Viaggio slow alle Isole Eolie

Viaggio slow alle Isole Eolie

La barca a vela è sempre stata un mio limite. Una di quelle esperienze che desideri vivere, ma che non riesci in alcun modo a fare. In tutti questi anni a dividerci è stato il mal di mare, il mio. Fino a quando mi sono lasciata convincere. Un tour attorno le Isole Eolie meritava uno sforzo, non fosse altro che il modo migliore per godere appieno di questo arcipelago di sette isole a nord della costa siciliana, in provincia di Messina, è la barca. Non necessariamente la barca vela, va bene anche una barca a remi. Semplicemente ci sono dei posti irraggiungibili via terra. Il punto forte delle Isole Eolie non sono le spiagge. Ce ne sono, ma non sono tantissime e se devo essere sincera non sono tra le più belle che abbia visto.
Il viaggio in barca a vela è lungo, lento, fatto di silenzi, introspezione. Siete solo voi e il mare. Di fronte a voi infiniti orizzonti e la meta che sembra sempre vicina, ma in realtà se provate a chiedere allo skipper quanto manca all’arrivo scoprirete che mancano ancora delle ore. Viaggiando in barca a vela mi ci è voluto poco a capire che “il viaggio è esso stesso la meta” e mi è sembrato di entrare dentro la poesia “Itaca”. Ecco, se dovessi descrivere quest’esperienza, sarebbe senz’altro questa poesia.

sunset_eolie

1° giorno
Siamo salpati dal porto di Tropea alle ore 18, puntando l’isola di Stromboli. La velocità massima che abbiamo raggiunto è stata di 8 nodi. Tempo stimato di arrivo ore 23. Per intenderci: in gommone o aliscafo sono sufficienti un paio d’ore per raggiungere uno dei vulcani più attivi del mondo, in barca a vela ce ne sono volute circa cinque.
Cinque ore di viaggio che ci sono servite per ambientarci, prendere confidenza con gli spazi ridotti e spesso nascosti della barca. A me sono servite a gestire il mio mal di mare. Il primo rimedio sono stati dei braccialetti anti nausea (uno sul polso sinistro e uno su quello destro), il secondo è stato quello di scendere il meno possibile in dinette e in cabina. Con questa scusa ho potuto osservare tutto il tempo il mare, il sole che tramontava lento e inesorabile sulla sinistra di Stromboli e isolarmi da tutto il resto.

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In barca a vela c’è spazio anche per l’isolamento, ma non solo. Il gruppo con cui ho viaggiato è stato meraviglioso. Abbiamo riso, scherzato, affrontato temi anche delicati, seri e importanti, il tutto come se ci conoscessimo da sempre. In realtà alcuni di loro li ho conosciuti poco prima della partenza.

Tra una birra, svariati stuzzichini e l’ardua impresa di svuotare una cambusa decisamente esagerata, siamo arrivati di fronte “Iddu”: lo spettacolo che si è presentato davanti ai nostri occhi è stato a dir poco magico. Accompagnati da un mare vellutato, un’illuminazione dell’isola pressoché inesistente e un tappeto di stelle sopra di noi, ci siamo avvicinati in prossimità della Sciara del Fuoco. Lapilli di fuoco scoppiettanti hanno iniziato ad esplodere verso l’alto. Una, due, tre volte. Poi il silenzio, interrotto dal rotolio dei massi lungo la Sciara fin giù a mare. Uno spettacolo che si ripete ogni 15 minuti circa. Tra un’eruzione e l’altra tu resti lì sospesa. L’unica cosa che riesci a fare è gettare tutti i pensieri, le preoccupazioni, le ansie, le paure a mare come se fossi tu quel vulcano. E se chiudi gli occhi ti sembra di veder rotolare tutto giù, lungo quel ripido pendio, come i massi. C’è un’energia incredibile lì sotto: tutti gli elementi della terra concentrati in uno spazio estremamente ridotto. C’è la vita che esplode, la materia che invoca spazio e i sogni che prendono forma.

Tra un’eruzione e l’altra mi sono addormentata, sotto le stelle, cullata dal dondolio del mare, felice. Attorno a me solo #lostrettoindispensabile. Mi sono svegliata dopo un paio d’ore con gli angoli della bocca che sorridevano quando mi sono trovata avvolta in un caldo sacco a pelo (premura di un compagno di viaggio) e con la cena quasi pronta. Più tardi scoprirò che la barca a vela è soprattutto questo: condivisione e prendersi cura dell’altro. È un aiutarsi ad alzarsi continuo. Non solo metaforico, ma letterale: a fine vacanza si conteranno decine di cadute della sottoscritta.

2° giorno
La sveglia in barca a vela suona molto presto. Siamo in sette e, anche non volendo, ci facciamo sentire. In ogni caso c’è sempre il mare e i rumori esterni a svegliarti. Nel nostro caso erano quasi sempre le onde provocate da un aliscafo o un’imbarcazione di passaggio. Ma lo spettacolo appena svegli è immenso.

Stromboli

Alle 9 siamo già a terra ad esplorare l’Isola. Per ottimizzare i costi abbiamo scelto di non fermarci nei porti delle varie isole. Ciò ha significato: niente corrente elettrica (se non quella di un accendi sigari in sette per caricare i vari dispositivi mobile) e meno comodità per scendere. Ma la barca a vela è così: selvaggia e non sempre comoda. Ad accoglierci c’è una distesa di sabbia nera luccicante. Per raggiungere il paese c’è un bel po’ di strada da fare, in salita.

L’isola, nonostante sia vulcanica, è estremamente rigogliosa. Lungo il tragitto verso il paese incontriamo alberi di limoni, ulivi, palme, e poi gerani, bucanville e le immancabili case bianche con le finestre blu, in perfetto stile isolano. I  negozi di prodotti tipici e artigianato e persino le farmacie sono perfettamente incastonati in questo paesaggio a dir poco fiabesco.

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Arrivati in cima al paese i nostri occhi si trasformano a forma di brioche col tuppo e il nostro olfatto percepisce un solo profumo: quello della granita, pistacchio con panna per me. Ci sediamo nella terrazza del bar Ingrid, che prende il nome da Ingrid Bergman protagonista del film di Rossellini “Stromboli terra di Dio”, girato sull’isola nel 1949. Sull’isola troverete anche la casa che fu il nido d’amore dell’attrice e del regista. Tornando alla granita: non la migliore che abbia assaggiato, ma il panorama da lassù è superlativo.

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La tappa a Stromboli non può non prevedere l’escursione al Vulcano. Nel nostro caso l’abbiamo tralasciata perché ci veniamo spesso e abbiamo preferito goderci un po’ il paese, i ritmi lenti, l’assenza di automobili, i fiori da fotografare e poi le porte. A Stromboli, e in generale in tutte le isole, ci sono un’infinità di porte: colorate, di legno, antiche, vissute. Amo le porte e quello che rappresentano. Accoglienza per prima cosa. Dietro una porta c’è sempre qualcuno pronto a dare il benvenuto. Mi piace pensare più alle porte che si aprono piuttosto che a quelle che si chiudono. Lungo la strada del ritorno incontriamo un albero traboccante di limoni. Chiediamo al proprietario se possiamo prenderne un paio. Risposta affermativa. Li stacchiamo con cura, grattiamo lievemente la scorza con le unghie e respirando a pieni polmoni torniamo verso il tender che ci riporterà in barca. Sembriamo tutti un po’ ubriachi. Il mal di terra è forse peggio del mal di mare.

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La navigazione riprende alla volta della nostra seconda isola: Panarea. E qui il nostro skipper Pasquale mi fa un immenso regalo consegnandomi il timone (naturalmente sotto la sua costante supervisione). Lungo la navigazione ci accompagna uno splendido esemplare di tartaruga marina caretta caretta. In questo periodo dell’anno le tartarughe attraversano il mediterraneo per depositare le uova. La schiusa è un’altra esperienza indimenticabile di cui vi parlerò molto presto. Dopo circa tre ore di navigazione ci troviamo di fronte all’isola più chic, più modaiola e più antica delle Isole Eolie: Panarea. La nostra prima tappa è l’isola di Lisca Bianca.

panarea_isole_eolie

Nel prossimo post vi parlerò di questa elegante isola e dell’ultima nostra tappa: Salina.


Le Isole Eolie sono raggiungibili facilmente sia dalla Sicilia che dalla Calabria.  Il porto più vicino è quello di Milazzo per la Sicilia, Reggio Calabria e Tropea per la Calabria. Ci sono anche collegamenti da Messina, Palermo e Napoli. Nel nostro caso siamo partiti da Tropea, per il semplice fatto che il charter si trovava lì. Per il noleggio della barca ci siamo affidati a Cabin Charter Eolie. Se decidete di viaggiare con la barca a vela compresa di skipper, preoccupatevi che sia serio e professionale, altrimenti rischiate che la vacanza si trasformi in un incubo. Il nostro è stato a dir poco impeccabile.