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Itinerari: Roghudi vecchio

Itinerari: Roghudi vecchio

Ottobre 31, 2020 Mariarita Sciarrone

“La salvezza del mondo è nella natura selvaggia“. Mentre scrivo questo post, ripenso a questa frase del filosofo Henry David Thoreau. Non so se ci renderemo mai conto della verità di queste parole, ma so che nell’anno della pandemia in molti ci siamo sentiti ancora più vicini alla natura e ci siamo messi in cammino. Con questo spirito, con il team di Igers Reggio Calabria abbiamo organizzato un instawalk a Roghudi Vecchio, uno dei borghi abbandonati più suggestivi d’Italia. A guidarci durante questa camminata, le guide ufficiali del Parco Nazionale dell’Aspromonte Andrea Ciulla e Noemi Evoli con il progetto Passi Narranti.

Il viaggio verso Roghudi

Il nostro viaggio inizia a Bova, la capitale della Calabria greca. Da lì ci spostiamo in macchina e percorriamo la strada che dai campi sportivi di Bova conduce ad Africo e Roccaforte del Greco. Attraversiamo quello che che ormai è conosciuto come “U Passu da Zita” e qui facciamo la nostra prima sosta e ascoltiamo la prima storia.

U passu da zita è chiamato così perché si racconta che una ragazza di Africo, promessa ad un signorotto di Bova, attraversando il corteo nuziale, preferì lanciarsi dal ponte piuttosto che sposare un uomo che non amava. Da quel momento in poi nacquero anche le rivalità tra i due paesi e questo tratto venne chiamato “Passu da zita”.

Proprio da qui si abbraccia gran parte dell’area grecanica, con i borghi di San Lorenzo e Pentedattilo, la Fiumara dell’Amendolea e nelle giornate nitide il vulcano Etna.

Proseguendo in macchina per circa 20 km arriviamo al Borgo, con una sosta alla rocca del Drako (di cui ti parlerò più avanti). Il paesaggio è maestoso, come la frana Colella, la più grande d’Europa. Le nostre preziose guide ci raccontano che la fiumara dell’Amendolea è alimentata da questa frana.

Roghudi più che da vedere è da immaginare. Del borgo antico è rimasto un cumulo di macerie, il silenzio viene interrotto soltanto dallo scroscio della fiumara. Una linea sottile se la guardi da lontano, la traccia di un sentiero, ma siamo di fronte alla fiumara più grande della Calabria. Lunga circa 40 km, la fiumara Amendolea trova il punto di partenza nella diga del Menta e finisce il suo percorso a mare, a Condofuri.

Il borgo di Roghudi vecchio è stato costruito nel 1050 proprio qui, su uno sperone roccioso lungo e stretto dell’Aspromonte, a 600mt s.l.m., con le case a strapiombo sul letto di due fiumare confluenti: l’Amendolea e il Furria. Qui sono rimaste congelate le storie di un’intera popolazione, le risate dei bambini, la vita quotidiana dei contadini.

La storia del borgo fantasma

Un lungo ed infinito sonno si è impossessato di questo remoto borgo della Calabria nel 1971, quando, a seguito di un’importante alluvione, si è deciso che non conveniva più restare lì. Intere famiglie sono state completamente sradicate e trasferite altrove. Un vero e proprio sfratto che ha segnato la vita di 1650 persone. Molti abitanti non si sono rassegnati subito all’idea di abbandonare il proprio paese e si sono trasferiti nella frazione di Ghorio, ma nel 1973 una seconda alluvione li ha costretti a lasciare per sempre il borgo. Il paese nuovo è stato costruito diciassette anni dopo nel comune di Melito Porto Salvo e dista circa 40 km da Roghudi Vecchio.

Una lontananza che non ha mai affievolito il senso di appartenenza da parte di alcuni dei loro abitanti, che ancora oggi ritornano al paese durante il fine settimana o semplicemente per prendere l’acqua alla fonte e fare una passeggiata. L’ultimo “abitante” di Roghudi, Leone Pangallo ha perso la vita proprio qui, nel 2013. La sua casa è l’unica in cui sono rintracciabili frammenti di una quotidianità semplice e autentica.

Molti altri invece, hanno preferito chiudere tutti i ricordi in un cassetto, sigillarlo e non riaprirlo mai più.

Ma se parli con un roghusede, lo percepisci quel cordone ombelicale che non si è mai spezzato, nonostante molte delle tradizioni siano andate col tempo perse. A partire dalla lingua, il greco di Calabria di cui i roghudesi erano portatori.

Poi sono andata a riprendere un libricino di Francesco Turano e in mezzo a tutta questa poesia, ci ho visto la miseria di un paese abbandonato a se stesso, troppo remoto da raggiungere, così lontano dalle priorità del palazzo, dove non c’era acqua e luce in casa. “Un infelice e misero comune” dove “le strade vi sono anguste, erte, ripide, sdrucciolevoli e precipitose fatte più dal caso che dalla mano degli uomini, atte più per capre che per transito di gente”.

Cosa vedere a Roghudi Vecchio

Più che dirti cosa vedere a Roghudi, ti racconto cosa vedere attorno. Perché di Roghudi come hai letto sopra, non è rimasto nulla. Ci sono però tante storie che ruotano attorno questo borgo, miti, leggende e tanto da conoscere sul paesaggio, la flora e la fauna.

Rocca del Drako

La prima cosa da vedere prima di arrivare al borgo è la Rocca del Drako, un monolite all’interno del quale si narra soggiornasse un Drako, omone grande e grosso, che custodiva un antico tesoro raccolto dai briganti.

Solo di notte si allontanava dalla sua dimora per consumare la sua cena nelle vicine sette Caldaie. Sempre la leggenda racconta che chiunque si fosse avvicinato a colpire la rocca o a cercare di profanarne il tesoro custodito, sarebbe stato ucciso e spazzato via da un forte vento. Ascoltare questa storia ai piedi della Rocca del Draco ha un fascino misterioso, visto il vento che spira dalla valle del Furria. Ma non è la sola leggenda che ruota attorno a questa rocca. Come quella che voleva il Drago molto affamato e crudele e se non veniva assecondato tutte le volte che richiedeva cibo, era capace di creare frane e smottamenti e mangiare i bambini del borgo.

Un’altra tradizione racconta che il tesoro custodito dal Drako sarebbe stato donato a chi si fosse prestato ad una prova che consisteva nel sacrificare tre esseri viventi di sesso maschile: un capretto, un gatto nero ed un bambino appena nato. Il giorno in cui nacque in paese un bimbo malformato e rifiutato dai genitori, due uomini provarono a sacrificarlo assieme al capretto e al gatto, ma quanto toccò al neonato, una tempesta di vento si batte sui due e li scaraventò contro le rocce. Uno morì, l’altro, sopravvissuto, fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte. Da quel momento nessuno osò più sfidare il drako.

Altra particolarità del monolite sono i tre cerchi intagliati che guardano ad est, sulla cui origine si sono interrogati antropologi, geologi e studiosi del settore, senza trovare un accordo.

Caldaie del Drako

Poco più giù si trovano le Caldaie del drako, chiamate anche Caldaie del latte, formazioni geologiche calcaree, di roccia sedimentaria. Sempre secondo le leggende si diceva che queste caldaie producevano un liquido simile al latte adatto a sfamare il drago. Il nome caladaie deriva da caddare, che sono le grandi pentole che una volta venivano usate per cucinare e che tutt’oggi si usano per preparare le frittole, tipico piatto calabrese a base di maiale.

Tradizione delle Naràde.

Un’altra tradizione che avvolge di mistero e fascino il borgo di Roghudi e quella delle Naràde, figure mitologiche che avevano due piedi di asina e due di essere umano. Nei racconti grecanici abitano i boschi e le montagne. Secondo la leggenda di giorno si nascondevano, per poi apparire la notte con l’intento di attirare le donne del paese, convincendole ad andare al fiume a lavare i panni per ucciderle. In questo modo gli uomini del paese potevano accoppiarsi cono loro. Le uniche donne che venivano risparmiate erano quelle che offrivano loro latticini per cui le Nerade andavano pazze.

I luoghi dell’immaginazione

Passeggiando per il borgo non mi sono emozionata subito. A primo impatto mi è sembrato semplicemente un paese bombardato dalla guerra. Poi ho teso l’orecchio sui resti di quelle case sommerse da polvere e macerie, ho chiuso gli occhi e ho iniziato a sentire. Ho immaginato la vita scorrere lenta, le notti senza fine ad ascoltare il silenzio della montagna, i riti quotidiani. E poi ancora l’agorà, rappresentata dall’unica piazza principale, durante le sere d’estate, a vedere fino a dove può echeggiare il suono della zampogna. Balli e risate sincere nel buio della notte. I maccheroni* con il sugo della capra la domenica, ché qui vivevano per lo più pastori e contadini.

Si tesseva la ginestra a Roghudi, in ogni casa c’era il telaio, il forno per preparare il pane, si seminava il grano e si viveva con quello che offriva la terra. Parliamo di un paese in cui si barattava ogni cosa, dalle medicine, all’abbigliamento, con i prodotti della terra e della pastorizia.

Immaginare, dicevamo. Non c’è altro da fare quando si arriva qui, in quello che a prima impatto è diventato un non luogo.

Eppure Roghudi è custode di una memoria che è necessario tramandare. Di vita contadina, di conformazione delle case che danno il senso di una comunità. Perché a Roghudi le case erano tutte attaccate e tu non puoi fare altro che immaginare scene di vita ordinaria, con profumi, odori, ma anche fetore. Ché in luoghi così devi condividere tutto, anche quello che non sopporti. Non si scappa da certi luoghi, perché ci sono tradizioni così infinitamente ancestrali e radicate, da trascinarle con noi ovunque andiamo. Una cosa che colpisce ad un occhio più attento è la bellezza delle porte di ogni casa. Colorate, curate, che sembrano voler dire: Entra, accomodati, siediti.

Dal borgo scendiamo giù verso il letto della Fiumara. A farci compagnia mucche, rondini, capre, segno che Roghudi non è interamente disabitato, ma la natura ha preso il suo posto, tornando ad essere protagonista. Camminare lungo la Fiumara, immergersi nelle sue acque gelide è un’esperienza di totale unione con la natura.

Ci fermiamo a pranzare al sacco qui, contemplando il paesaggio circostante in una sorta di “invidiabile benessere”.

Come arrivare a Roghudi Vecchio

Arrivare a Roghudi oggi non è così difficoltoso come un tempo. La strada più comoda in macchina è quella che da Bova centro conduce al borgo. La strada è asfaltata e facilmente percorribile in circa 40 minuti.

https://www.google.it/maps/dir/89033+Bova+RC/Roghudi+Vecchio,+RC/@38.019058,15.7258082,29315m/am=t/data=!3m1!1e3!4m14!4m13!1m5!1m1!1s0x1314f1990a1138af:0x7ef58af6539bf592!2m2!1d15.9288912!2d37.9951517!1m5!1m1!1s0x1314f08f2d7dedc3:0xe60b89675e8951e!2m2!1d15.9165655!2d38.0492343!3e0!5m1!1e1

Un’altra strada (più lunga e più tortuosa) è quella che parte da Melito Porto Salvo e segue l’itinerario che porta a Roccaforte del Greco (passando per Chorio e San Lorenzo) e che ti condurrà al borgo di Roghudi Vecchio.

Una terza strada è quella che da Gambarie scende a Roccaforte del Greco. Qualsiasi sia l’itinerario che deciderai di seguire, ti consiglio di affidarti a guide esperte, come quelle di Passi Narranti.

Questi luoghi sono infatti intrisi di storie, molte della quali non possono essere racchiuse in un articolo e potrai apprezzarli solo con persone che hanno una profonda conoscenza del posto. Inoltre, si tratta di itinerari poco battuti e dove non sempre è possibile utilizzare il telefono.

Libri utili

Prima di lasciarti, mi piace consigliarti alcuni libri che possono aiutarti ad immergerti in questo viaggio. Naturalmente ce ne sono tanti altri e se ti va, aggiungili nei commenti.

“Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati” di Vito Teti. “In questo libro Vito Teti porta ad evidenza e ricompone per intero tutti i suoi percorsi di vita. L’oggetto – ma sarebbe più proprio dire “il soggetto” – sono i paesi abbandonati di Calabria, ripercorsi col passo lento e misurato della riappropriazione in ogni loro più densa e nascosta sfumatura: case capanne e grotte, alberi sabbie e pietre, acqua nuvole e vento” .

“Tra la perduta gente” di Umberto Zanotti Bianco. Non ho ancora finito di leggerlo, ma mi è stato consigliato da Noemi, quindi mi fido. “Una raccolta di scritti che raccontano la condizione in cui la gente del Sud versava in un tempo non lontano, nel quale l’Italia già conosceva gli effetti del progresso economico e civile. Pagine nate tra cronaca e memoria, tra esistenza e storia, nelle quali figure, voci ed episodi danno corpo a una scrittura appassionata e coinvolgente «di questa terra aspra e dolcissima, arida e lussureggiante, straziata e pur sempre rinnovata»”.

La lingua mozzata. I grecanici nella vallata dell’Amendolea di Domenico Rodà. “Fino al XIII secolo tutta la Calabria meridionale parlava greco, oggi sono appena due i paesi calabresi in cui il grecanico sopravvive accanto al dialetto e alla lingua italiana: Roghudi e Gallicianò. Questo libro racconta per intero la storia dei grecanici della Vallata dell’Amendolea e di tappa in tappa mostra come una cultura, quella egemone, abbia compresso, eroso e messo in ginocchio un’altra cultura, cultura di minoranze, fino a farla scomparire quasi del tutto”.

I glossa dikìma jà ta pedìa. Il greco di Calabria per i bambini di Tito Squillaci e Filippo Violi. “Non è una semplice grammatica ma una via colorata e giocosa, uno strumento in più, per piccoli e meno piccoli, per re/imparare una lingua immeritatamente condannata alla scomparsa”.

*Un piatto tipico di Roghudi era Ricchi 'e previti (orecchie di prete), piccoli gnocchetti di farina di grano duro, rigati all'esterno con una forchetta,  oppure gli gnocchi di farina d'orzo e patate..
Mariarita Sciarrone
Mariarita Sciarrone

Giornalista, esperta di marketing territoriale e digital strategist. Sembrano tante qualifiche, ma sono tutte racchiuse in una professione.  In parole povere mi occupo di valorizzare aziende e territori. Lo faccio principalmente mettendo assieme strategia e parole. Hai bisogno di aiuto?  LAVORA CON ME


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✍️Scrivo ovunque, per lavoro su @avveniredicalabria 👉 Quella dei social 📍#Calabria e Sud lenti 🌟 Nostalgica per vocazione Ho creato @secretcalabria

Per trovare la Piccola Biblioteca sul Mare bisogna Per trovare la Piccola Biblioteca sul Mare bisogna tenere a mente i punti cardinali e poi osservare il faro, allungare lo sguardo fino al pilone che si trova dall’altra parte dello Stretto — non lo Stretto di Messina, ma quello di Scilla e Cariddi. 

«Siamo a Punta Pezzo. Nella regione dello Stretto. Noi guardiamo da sempre l’isola. La Sicilia è il nostro primo paesaggio interiorizzato. La prima nostalgia.» È così che si legge in uno dei post che animano il profilo Facebook della Piccola Biblioteca sul Mare. 

Dietro e dentro questo piccolo scrigno c’è l’anima di Patrizia Flecchia e un’iniziativa nata dal basso, che ha puntato sulla forza di autodeterminarsi per abitare poeticamente i luoghi. 

Tra le parole chiave di questo  progetto c’è il concetto di educazione diffusa:
I libri escono dai luoghi privati e vanno a incontrare spazi di comunità, per creare una condivisione fatta sia di intercultura che di intergenerazionalità. 

Affacciata sul mare, dentro e fuori da questo spazio i libri si possono leggere, prendere in prestito, vivere in prima persona. 

«Non siamo un’associazione per scelta, siamo solo una coppia che offre i propri libri e il proprio tempo. Non c’è circolazione di denaro, non abbiamo mai perso un libro, perché lavoriamo sulla fiducia» mi racconta Patrizia il giorno che ci siamo incontrate.

Con me ho portato un albo in donazione, la mia sete di raccontare storie e last bus not least mia figlia. 

Vederla disegnare su quella seggiolina, con lo Stretto davanti, mi ha ricordato una piccola me, cresciuta con lo sguardo sempre rivolto verso questo mare. 

Siamo uscite da qui con una busta piena di libri da leggere e tanta felicità. Poi ho scoperto di aver lasciato le luci accese della macchina. Apparentemente questa è un’altra storia ma a che fare molto con la comunità, il villaggio che è urgente ricreare e che si traduce anche nel ricevere aiuto in meno di dieci minuti. ♥️

👉La storia completa della Biblioteca sul Mare la trovare in edicola questa domenica su Avvenire di Calabria. 

#PiccolaBibliotecaSulMare #EducazioneDiffusa #libriinbici #StrettoDiScillaECarriddi 
#lostrettoindispensabile #avveniredicalabria 
Libri in bici 
Calabria virtuosa
Io la notte prima degli esami non me la ricordo af Io la notte prima degli esami non me la ricordo affatto. 
Non ricordo cosa ho mangiato, l’ultima persona con cui ho parlato al telefono, né i messaggi che ho inviato. Però ricordo bene le notti precedenti. Le notti di studio matto e disperato a casa di Valentina, trasferite in quella dépendance dietro casa sua, dove studiavamo, piangevamo, mangiavamo, ridevamo, ci disperavamo. 
Di quei giorni lì ricordo la mia ansia. E se oggi potessi parlare a quella ragazzina, le direi soltanto: “Fidati, è meglio quest’inquietudine che provi ora, rispetto alle ansie che ti aspettano negli anni a venire”. Ma forse non le direi nulla. Ché a quell’età, cosa vuoi ascoltare?
Di quei giorni lì, ricordo che non mi sono goduta un bel nulla. Volevo solo che finissero. Una sensazione che ritrovo anche sfogliando queste pagine di diario. Le apro cercando un indizio, qualcosa di bello. Qualcosa che non fosse solo pessimismo cosmico. Della notte prima degli esami non ho scritto molto, solo che non vedevo l’ora che passasse. Ed è forse per questo che non la ricordo affatto.

Ho scritto però moltissimo dei giorni precedenti. Le telefonate con Antonio, le lettere epistolari che scambiavo con Carla, Claudio che passava a trovarci. Il tentativo disperato di memorizzare più cose possibili nel minor tempo possibile, lo stoicismo vissuto solo sui libri di scuola, i temi scritti su fogli ripiegati a fisarmonica e ficcati dentro una cartuccera. 
E poi ricordo litigi, delusioni. Una classe spaccata in due. La percezione – probabilmente infondata – di una profonda ingiustizia. L’attacamento viscerale ad alcune persone, gli amori impossibili, quelli molto stupidi, le amicizie che poi si sono rivelate per la vita. 

Le notti prima degli esami sono state uno spartiacque. Tra la vita dei ragazzi e il mondo degli adulti. Erano le mie ultime notti da liceale. Oltre, c’era la mia futura vita da fuori sede.
C’era esasperazione, noi che volevamo essere al centro del mondo, e invece dovevamo arrenderci alla nostra piccolezza. Soprattutto c’era una grande inconsapevolezza della bellezza di quegli anni, di quei giorni. 

Oggi non ho molto da dire ai maturandi. Ma una cosa sì: tenete traccia. (continua 👉👇)
Venti cose che hanno reso speciale maggio 1. #Scil Venti cose che hanno reso speciale maggio
1. #Scilla, finalmente al mare.
2. Il vento di Pellaro e Bocale che per molti è insopportabile ma per me è infanzia felice.
3. A maggio sono stati 7 anni di partita iva. Forse dobbiamo festeggiare?
4. Il primo al bagno della stagione, evidentemente forzato.
5. Vedi punto 4.
6. La fumata bianca che mi riporta sempre agli anni in cui vivevo nel luogo dove accadono le cose, ma questo è un altro post.
7. Una giornata bellissima.
8. Finalmente un lavoretto scritto da te e che posso conservare. Liberate le maestre d’infanzia dai lavoretti che poi noi mamme abbiamo lo scrupolo di buttare!
9. Avevamo un sacco di arretrati da festeggiare e a maggio ci siamo riusciti,
10. E ci hai visti su dal cielo, a maggio ♥️
11. Lui continua a piantare, concimare, potare, noi continuiamo a far morire pure i cactus.
12. Quando ne ho occasione mi avvicino al mondo degli adolescenti per non dimenticare mai quando adolescente lo sono stata io.
13. Su questa sedia di plastica pensavo di essere una delle poche ad aver fantasticato, invece @larissamollace ci ha fatto un’installazione. Fino al 31 luglio potete visitarla gratuitamente al Palazzo della Cultura.
14. A Maggio ho concluso una delle docenze più sfidanti degli ultimi anni. Quella per cui ho stressato ogni settimana parenti e amici. Mi sembrava giusto rendere partecipi anche voi. 
15. Un posto bello bello, ma ve lo racconto dopo che ci avrò mangiato. 
16. A maggio di 7 anni fa progettavamo un viaggio a Gerusalemme. Un viaggio che non avremmo più fatto. La ragione è tutta qui. 
17. Dichiaro aperta la stagione degli aperitivi vista mare.
18. E quella degli aperitivi in spiaggia.
19. Il suo basilico è comunque sempre più bello del mio.
19. Maggio è stato anche pezzi di cuore riabbracciati ♥️.
Qualche tempo fa mia mamma mi comunica di aver acq Qualche tempo fa mia mamma mi comunica di aver acquistato i biglietti per il concerto di Claudio Baglioni che sarebbe stato il mese successivo. Stavo per acquistarli anche io quando mi accorgo, pochi minuti prima di premere il tasto acquista, che aveva acquistato un biglietto per dicembre 2026. Un anno e due mesi dopo. 
Quando glielo faccio notare riesce solo a dire:
“Speriamo che campo.”. 

Ma ci pensate quante cose possono succedere in un anno? Quanti imprevisti, intoppi, inciampi? 

Com’è che siamo arrivati ad avere le agende organizzate per i mesi e gli anni a venire? 

Mio malgrado, ci sono finita anche io in questo vortice.
Agenda dipendente, pochi momenti vuoti, weekend pieni di attività da smarcare. Persino a certe latitudini dove avevamo fatto della #vitalenta un manifesto.

Eppure non è sempre stato così. 

La riflessione completa di oggi non ci stava su Instagram. La trovate sul mio profilo Substack. 

Vi lascio il link in bio e nelle stories.
La citazione finale è dei miei amici di @weresouth ♥️
“Coltivate più la costanza della perfezione: scriv “Coltivate più la costanza della perfezione: scrivete ogni giorno, anche solo poche righe, e tornateci sopra con uno sguardo critico”.

Mi ero segnata tante cose da dire la scorsa settimana, durante la premiazione del concorso letterario @premioapolloschoolrc , ma quando parlo mi sfuggono i concetti. Di “scrivere sempre”, però, sono sicura di averglielo detto.

Negli ultimi due mesi ho rubato tempo al sonno per riuscire a leggere le parole spalmate su carta di questi giovani ragazzi nel pieno dell’adolescenza, un’età in cui una frase di troppo o una detta male può sbrindellare la loro anima in mille frammenti. 
In questo tempo ho immaginato i volti nascosti dietro quei racconti anonimi e inevitabilmente mi ci sono specchiata. Ho visto tutta l’esasperazione emotiva tipica di quegli anni, quando anche un sussurro può suonare come un  urlo di disperazione.

E poi li ho ringraziati perché si sono messi alla prova e hanno permesso a degli sconosciuti di entrare nel loro microcosmo per giudicarli. In un mondo ormai dominato dall’intelligenza artificiale, dal “tutto e subito”, dall’effimero e dal non-testo, hanno trasformato parole, immagini, disegni e filmati in storie avvincenti. 

Non è vero che i ragazzi non hanno nulla da dire: usano semplicemente altri linguaggi, e abbiamo il dovere di non sminuirli.

Quello che invece non ho fatto in tempo a dir loro era di lasciare spazio anche ai racconti belli, a piccoli squarci di luce. E di scrivere di più di questa terra, che c’è bisogno di storie dal Sud, credibili non perché ambientate in mondi lontani. Parlate dei nostri paesi, andate a conoscere le storie delle nostre montagne, scrivete storie di .#Calabria!

Grazie all’associazione Nuovi Orizzonti e @nataliaspano_it per la cura, l’attenzione e la pazienza con cui ha organizzato questa edizione, alla @metrocityrc per il sostegno costante a queste iniziative, agli altri componenti della giura, soprattutto a @ele_geria che è stata più generosa di me ma con cui ho condiviso gli stessi pensieri. E grazie a @robicaputo71 per la precisione con cui lavora, ma soprattutto perché legge i miei testi lunghi pur lamentandosi che sono lunghi. Foto a cura di La Fotografia
Un giorno smetterò di trovare i tuoi disegni dentr Un giorno smetterò di trovare i tuoi disegni dentro la borsa, assieme a caramelle, colori, vetri colorati, conchiglie. Metterò le mani in tasca e non ci sarà più un tuo elastico, un braccialetto, o un anellino.

Smetterai di addormentarti pizzicandomi il collo e di svegliarti chiamando mamma. 
Manca pochissimo e non sarò più capace di prenderti in braccio. Faccio già fatica a dire il vero. Però sembra passata una manciata di minuti da quando ti portavo in fascia. 
Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, il tempo della nostalgia. Un tempo che pensavo non sarebbe terminato mai, invece è passato. 

Ti vedo già che ti scosti quando provo a darti un bacio, farti una carezza. 
Mi restano pochissime mattine in cui avrai bisogno di me per allacciarti le scarpe, farti la coda. 
Non ci sarà più il tempo delle poesie lette ad alta voce o delle favole sussurrate  prima della buonanotte.
Giorno dopo giorno smetterai di chiedermi aiuto per fare ogni cosa e il gomitolo che ci tiene legate si srotolerà sempre più. Un centimetro dopo l’altro tirerai quel filo che ti porterà sempre un po’ più lontano da me. Verso la tua strada.

Ed è in questo momento che penso alla fatica che deve aver fatto mia madre a lasciarmi andare, per afferrare i miei sogni, o Comunque guardarli più da vicino. 
Vai, mi ha detto. 
Parti. 
Sogna.
Siì caparbia.
Ragiona con la tua testa.
Per questo le ho sempre detto grazie. 
Poi arriva un giorno che le mamme si fanno più piccole, dalle mamme prendiamo le distanze, vogliamo fare le cose a modo nostro, sbagliare a modo nostro. Anche qui dico grazie a mia mamma per avermi lasciato fare, lasciato sbagliare. Soprattutto per avermi permesso di percorrere sentieri meno battuti, strade alternative. 
Arriverà un giorno che anche tu, figlia mia, mi presenterai il conto. Come l’ho presentato io alla mia di mamma.
Ma oggi non è ancora quel giorno.
Oggi è ancora il tempo degli abbracci cuore a cuore, di addormentarsi mano nello mano.

Ancora un altro po’, giusto il tempo di abituarmi a fare senza. 
Della mamma che sa ogni cosa. Della mamma prima di ogni cosa.
#pensierisparsi #motherhood
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