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Itinerari: Roghudi vecchio

Itinerari: Roghudi vecchio

Ottobre 31, 2020 Mariarita Sciarrone

“La salvezza del mondo è nella natura selvaggia“. Mentre scrivo questo post, ripenso a questa frase del filosofo Henry David Thoreau. Non so se ci renderemo mai conto della verità di queste parole, ma so che nell’anno della pandemia in molti ci siamo sentiti ancora più vicini alla natura e ci siamo messi in cammino. Con questo spirito, con il team di Igers Reggio Calabria abbiamo organizzato un instawalk a Roghudi Vecchio, uno dei borghi abbandonati più suggestivi d’Italia. A guidarci durante questa camminata, le guide ufficiali del Parco Nazionale dell’Aspromonte Andrea Ciulla e Noemi Evoli con il progetto Passi Narranti.

Il viaggio verso Roghudi

Il nostro viaggio inizia a Bova, la capitale della Calabria greca. Da lì ci spostiamo in macchina e percorriamo la strada che dai campi sportivi di Bova conduce ad Africo e Roccaforte del Greco. Attraversiamo quello che che ormai è conosciuto come “U Passu da Zita” e qui facciamo la nostra prima sosta e ascoltiamo la prima storia.

U passu da zita è chiamato così perché si racconta che una ragazza di Africo, promessa ad un signorotto di Bova, attraversando il corteo nuziale, preferì lanciarsi dal ponte piuttosto che sposare un uomo che non amava. Da quel momento in poi nacquero anche le rivalità tra i due paesi e questo tratto venne chiamato “Passu da zita”.

Proprio da qui si abbraccia gran parte dell’area grecanica, con i borghi di San Lorenzo e Pentedattilo, la Fiumara dell’Amendolea e nelle giornate nitide il vulcano Etna.

Proseguendo in macchina per circa 20 km arriviamo al Borgo, con una sosta alla rocca del Drako (di cui ti parlerò più avanti). Il paesaggio è maestoso, come la frana Colella, la più grande d’Europa. Le nostre preziose guide ci raccontano che la fiumara dell’Amendolea è alimentata da questa frana.

Roghudi più che da vedere è da immaginare. Del borgo antico è rimasto un cumulo di macerie, il silenzio viene interrotto soltanto dallo scroscio della fiumara. Una linea sottile se la guardi da lontano, la traccia di un sentiero, ma siamo di fronte alla fiumara più grande della Calabria. Lunga circa 40 km, la fiumara Amendolea trova il punto di partenza nella diga del Menta e finisce il suo percorso a mare, a Condofuri.

Il borgo di Roghudi vecchio è stato costruito nel 1050 proprio qui, su uno sperone roccioso lungo e stretto dell’Aspromonte, a 600mt s.l.m., con le case a strapiombo sul letto di due fiumare confluenti: l’Amendolea e il Furria. Qui sono rimaste congelate le storie di un’intera popolazione, le risate dei bambini, la vita quotidiana dei contadini.

La storia del borgo fantasma

Un lungo ed infinito sonno si è impossessato di questo remoto borgo della Calabria nel 1971, quando, a seguito di un’importante alluvione, si è deciso che non conveniva più restare lì. Intere famiglie sono state completamente sradicate e trasferite altrove. Un vero e proprio sfratto che ha segnato la vita di 1650 persone. Molti abitanti non si sono rassegnati subito all’idea di abbandonare il proprio paese e si sono trasferiti nella frazione di Ghorio, ma nel 1973 una seconda alluvione li ha costretti a lasciare per sempre il borgo. Il paese nuovo è stato costruito diciassette anni dopo nel comune di Melito Porto Salvo e dista circa 40 km da Roghudi Vecchio.

Una lontananza che non ha mai affievolito il senso di appartenenza da parte di alcuni dei loro abitanti, che ancora oggi ritornano al paese durante il fine settimana o semplicemente per prendere l’acqua alla fonte e fare una passeggiata. L’ultimo “abitante” di Roghudi, Leone Pangallo ha perso la vita proprio qui, nel 2013. La sua casa è l’unica in cui sono rintracciabili frammenti di una quotidianità semplice e autentica.

Molti altri invece, hanno preferito chiudere tutti i ricordi in un cassetto, sigillarlo e non riaprirlo mai più.

Ma se parli con un roghusede, lo percepisci quel cordone ombelicale che non si è mai spezzato, nonostante molte delle tradizioni siano andate col tempo perse. A partire dalla lingua, il greco di Calabria di cui i roghudesi erano portatori.

Poi sono andata a riprendere un libricino di Francesco Turano e in mezzo a tutta questa poesia, ci ho visto la miseria di un paese abbandonato a se stesso, troppo remoto da raggiungere, così lontano dalle priorità del palazzo, dove non c’era acqua e luce in casa. “Un infelice e misero comune” dove “le strade vi sono anguste, erte, ripide, sdrucciolevoli e precipitose fatte più dal caso che dalla mano degli uomini, atte più per capre che per transito di gente”.

Cosa vedere a Roghudi Vecchio

Più che dirti cosa vedere a Roghudi, ti racconto cosa vedere attorno. Perché di Roghudi come hai letto sopra, non è rimasto nulla. Ci sono però tante storie che ruotano attorno questo borgo, miti, leggende e tanto da conoscere sul paesaggio, la flora e la fauna.

Rocca del Drako

La prima cosa da vedere prima di arrivare al borgo è la Rocca del Drako, un monolite all’interno del quale si narra soggiornasse un Drako, omone grande e grosso, che custodiva un antico tesoro raccolto dai briganti.

Solo di notte si allontanava dalla sua dimora per consumare la sua cena nelle vicine sette Caldaie. Sempre la leggenda racconta che chiunque si fosse avvicinato a colpire la rocca o a cercare di profanarne il tesoro custodito, sarebbe stato ucciso e spazzato via da un forte vento. Ascoltare questa storia ai piedi della Rocca del Draco ha un fascino misterioso, visto il vento che spira dalla valle del Furria. Ma non è la sola leggenda che ruota attorno a questa rocca. Come quella che voleva il Drago molto affamato e crudele e se non veniva assecondato tutte le volte che richiedeva cibo, era capace di creare frane e smottamenti e mangiare i bambini del borgo.

Un’altra tradizione racconta che il tesoro custodito dal Drako sarebbe stato donato a chi si fosse prestato ad una prova che consisteva nel sacrificare tre esseri viventi di sesso maschile: un capretto, un gatto nero ed un bambino appena nato. Il giorno in cui nacque in paese un bimbo malformato e rifiutato dai genitori, due uomini provarono a sacrificarlo assieme al capretto e al gatto, ma quanto toccò al neonato, una tempesta di vento si batte sui due e li scaraventò contro le rocce. Uno morì, l’altro, sopravvissuto, fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte. Da quel momento nessuno osò più sfidare il drako.

Altra particolarità del monolite sono i tre cerchi intagliati che guardano ad est, sulla cui origine si sono interrogati antropologi, geologi e studiosi del settore, senza trovare un accordo.

Caldaie del Drako

Poco più giù si trovano le Caldaie del drako, chiamate anche Caldaie del latte, formazioni geologiche calcaree, di roccia sedimentaria. Sempre secondo le leggende si diceva che queste caldaie producevano un liquido simile al latte adatto a sfamare il drago. Il nome caladaie deriva da caddare, che sono le grandi pentole che una volta venivano usate per cucinare e che tutt’oggi si usano per preparare le frittole, tipico piatto calabrese a base di maiale.

Tradizione delle Naràde.

Un’altra tradizione che avvolge di mistero e fascino il borgo di Roghudi e quella delle Naràde, figure mitologiche che avevano due piedi di asina e due di essere umano. Nei racconti grecanici abitano i boschi e le montagne. Secondo la leggenda di giorno si nascondevano, per poi apparire la notte con l’intento di attirare le donne del paese, convincendole ad andare al fiume a lavare i panni per ucciderle. In questo modo gli uomini del paese potevano accoppiarsi cono loro. Le uniche donne che venivano risparmiate erano quelle che offrivano loro latticini per cui le Nerade andavano pazze.

I luoghi dell’immaginazione

Passeggiando per il borgo non mi sono emozionata subito. A primo impatto mi è sembrato semplicemente un paese bombardato dalla guerra. Poi ho teso l’orecchio sui resti di quelle case sommerse da polvere e macerie, ho chiuso gli occhi e ho iniziato a sentire. Ho immaginato la vita scorrere lenta, le notti senza fine ad ascoltare il silenzio della montagna, i riti quotidiani. E poi ancora l’agorà, rappresentata dall’unica piazza principale, durante le sere d’estate, a vedere fino a dove può echeggiare il suono della zampogna. Balli e risate sincere nel buio della notte. I maccheroni* con il sugo della capra la domenica, ché qui vivevano per lo più pastori e contadini.

Si tesseva la ginestra a Roghudi, in ogni casa c’era il telaio, il forno per preparare il pane, si seminava il grano e si viveva con quello che offriva la terra. Parliamo di un paese in cui si barattava ogni cosa, dalle medicine, all’abbigliamento, con i prodotti della terra e della pastorizia.

Immaginare, dicevamo. Non c’è altro da fare quando si arriva qui, in quello che a prima impatto è diventato un non luogo.

Eppure Roghudi è custode di una memoria che è necessario tramandare. Di vita contadina, di conformazione delle case che danno il senso di una comunità. Perché a Roghudi le case erano tutte attaccate e tu non puoi fare altro che immaginare scene di vita ordinaria, con profumi, odori, ma anche fetore. Ché in luoghi così devi condividere tutto, anche quello che non sopporti. Non si scappa da certi luoghi, perché ci sono tradizioni così infinitamente ancestrali e radicate, da trascinarle con noi ovunque andiamo. Una cosa che colpisce ad un occhio più attento è la bellezza delle porte di ogni casa. Colorate, curate, che sembrano voler dire: Entra, accomodati, siediti.

Dal borgo scendiamo giù verso il letto della Fiumara. A farci compagnia mucche, rondini, capre, segno che Roghudi non è interamente disabitato, ma la natura ha preso il suo posto, tornando ad essere protagonista. Camminare lungo la Fiumara, immergersi nelle sue acque gelide è un’esperienza di totale unione con la natura.

Ci fermiamo a pranzare al sacco qui, contemplando il paesaggio circostante in una sorta di “invidiabile benessere”.

Come arrivare a Roghudi Vecchio

Arrivare a Roghudi oggi non è così difficoltoso come un tempo. La strada più comoda in macchina è quella che da Bova centro conduce al borgo. La strada è asfaltata e facilmente percorribile in circa 40 minuti.

https://www.google.it/maps/dir/89033+Bova+RC/Roghudi+Vecchio,+RC/@38.019058,15.7258082,29315m/am=t/data=!3m1!1e3!4m14!4m13!1m5!1m1!1s0x1314f1990a1138af:0x7ef58af6539bf592!2m2!1d15.9288912!2d37.9951517!1m5!1m1!1s0x1314f08f2d7dedc3:0xe60b89675e8951e!2m2!1d15.9165655!2d38.0492343!3e0!5m1!1e1

Un’altra strada (più lunga e più tortuosa) è quella che parte da Melito Porto Salvo e segue l’itinerario che porta a Roccaforte del Greco (passando per Chorio e San Lorenzo) e che ti condurrà al borgo di Roghudi Vecchio.

Una terza strada è quella che da Gambarie scende a Roccaforte del Greco. Qualsiasi sia l’itinerario che deciderai di seguire, ti consiglio di affidarti a guide esperte, come quelle di Passi Narranti.

Questi luoghi sono infatti intrisi di storie, molte della quali non possono essere racchiuse in un articolo e potrai apprezzarli solo con persone che hanno una profonda conoscenza del posto. Inoltre, si tratta di itinerari poco battuti e dove non sempre è possibile utilizzare il telefono.

Libri utili

Prima di lasciarti, mi piace consigliarti alcuni libri che possono aiutarti ad immergerti in questo viaggio. Naturalmente ce ne sono tanti altri e se ti va, aggiungili nei commenti.

“Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati” di Vito Teti. “In questo libro Vito Teti porta ad evidenza e ricompone per intero tutti i suoi percorsi di vita. L’oggetto – ma sarebbe più proprio dire “il soggetto” – sono i paesi abbandonati di Calabria, ripercorsi col passo lento e misurato della riappropriazione in ogni loro più densa e nascosta sfumatura: case capanne e grotte, alberi sabbie e pietre, acqua nuvole e vento” .

“Tra la perduta gente” di Umberto Zanotti Bianco. Non ho ancora finito di leggerlo, ma mi è stato consigliato da Noemi, quindi mi fido. “Una raccolta di scritti che raccontano la condizione in cui la gente del Sud versava in un tempo non lontano, nel quale l’Italia già conosceva gli effetti del progresso economico e civile. Pagine nate tra cronaca e memoria, tra esistenza e storia, nelle quali figure, voci ed episodi danno corpo a una scrittura appassionata e coinvolgente «di questa terra aspra e dolcissima, arida e lussureggiante, straziata e pur sempre rinnovata»”.

La lingua mozzata. I grecanici nella vallata dell’Amendolea di Domenico Rodà. “Fino al XIII secolo tutta la Calabria meridionale parlava greco, oggi sono appena due i paesi calabresi in cui il grecanico sopravvive accanto al dialetto e alla lingua italiana: Roghudi e Gallicianò. Questo libro racconta per intero la storia dei grecanici della Vallata dell’Amendolea e di tappa in tappa mostra come una cultura, quella egemone, abbia compresso, eroso e messo in ginocchio un’altra cultura, cultura di minoranze, fino a farla scomparire quasi del tutto”.

I glossa dikìma jà ta pedìa. Il greco di Calabria per i bambini di Tito Squillaci e Filippo Violi. “Non è una semplice grammatica ma una via colorata e giocosa, uno strumento in più, per piccoli e meno piccoli, per re/imparare una lingua immeritatamente condannata alla scomparsa”.

*Un piatto tipico di Roghudi era Ricchi 'e previti (orecchie di prete), piccoli gnocchetti di farina di grano duro, rigati all'esterno con una forchetta,  oppure gli gnocchi di farina d'orzo e patate..
Mariarita Sciarrone
Mariarita Sciarrone

Giornalista, esperta di marketing territoriale e digital strategist. Sembrano tante qualifiche, ma sono tutte racchiuse in una professione.  In parole povere mi occupo di valorizzare aziende e territori. Lo faccio principalmente mettendo assieme strategia e parole. Hai bisogno di aiuto?  LAVORA CON ME


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✍️Scrivo ovunque, per lavoro su @avveniredicalabria 👉 Quella dei social 📍#Calabria e Sud lenti 🌟 Nostalgica per vocazione Ho creato @secretcalabria

(Edit: la mostra è visitabile fino al 3 maggio). (Edit: la mostra è visitabile fino al 3 maggio). 
Quando si parla di #GianniVersace, si raccontano quasi sempre il mito, il successo, la sua fine tragica.
Molto più raramente si racconta il luogo da cui tutto è cominciato: Reggio Calabria.

Qui ci sono almeno quattro case che hanno segnato il passaggio della vita di Gianni Versace.
Luoghi in cui ha iniziato a seguire le orme della madre sarta, in cui si è formato e dove è nata la prima boutique di famiglia.

Ho deciso di seguire le tracce dei suoi primi anni di vita dopo aver visto la mostra dedicata a Versace al Museo Archeologico di Reggio Calabria.
E perché trovo che ci sia stata una narrazione non completamente vera della sua opinione di Reggio e della Calabria.
È stato raccontato che la famiglia Versace avesse dimenticato la Calabria, che lui fosse fuggito da qui e che non fosse legato alla sua terra.
Che ci sia stato un taglio del cordone ombelicale è indubbio, basti pensare che i pezzi della mostra provengono da collezionisti privati e non dalla famiglia.

Ciò che non si può negare è tutto quello che ha costruito Versace: il suo estro creativo parte da qui e parla della Calabria e della Magna Grecia.
A partire dal logo Medusa, fino alle sue parole.

“L’odore mi sale alle narici, forte e pungente: l’odore del mare in burrasca…”
(1992)

La Calabria, per lui, era luce, odori, memoria.

✨ Se vuoi ripercorrere i luoghi storici della sua vita a Reggio, questo è l’itinerario a piedi:

📍 Piazza Castello
📍Liceo Classico Tommaso Campanella
📍 Via Domenico Muratori (casa natale e primo laboratorio)
📍 Corso Garibaldi → Piazza Duomo
📍 Via Tommaso Gullì (prima boutique Versace)
📍 Via dei Correttori (nascita Donatella)
📍 Via Pritanèi (case di famiglia)
📍 Lungomare Falcomatà → Terme Romane + Mura Greche
📍 Museo Archeologico di Reggio Calabria

👉 Fino al 3 maggio puoi visitare la mostra
“Gianni Versace – Terra Mater. Magna Grecia Roots”
Un percorso che mette in dialogo moda, archeologia e identità mediterranea.

Uno dei paradossi della mia città è questo: fino ad oggi pochissimi omaggi a Gianni Versace, qui dove tutto ebbe inizio. Questa mostra però gli rende davvero omaggio.
‘Mamma quando c’è il sole le case sono più belle. ‘Mamma quando c’è il sole le case sono più belle. Perché il sole le illumina e diventano più lucenti’.

Mi ha detto questa frase mia figlia dopo tre mesi di pioggia, grigiume, vento , allerte meteo entrate ormai nel vocabolario dei più piccoli.
Ed ho riflettuto su cosa significhino giornate di sole a queste latitudini.
Quando dicono “non si vive di solo mare e sole”, non sanno quanto si sbagliano. 
Perché in luoghi fragili, che nel tempo sono stati deturpati dalla mano dell’uomo, in luoghi lontani dai grandi centri culturali al chiuso, dove ancora oggi devi sempre sperare che quell’autore, quel cantante, quello spettacolo, quel film arrivi primo o poi; dove in mezzo a tante case belle e curate, campeggia il non finito. Dove non è che non ci sia nulla da fare, da vedere, ma gli spazi sono pensati all’aperto, in questi luoghi qui le giornate di sole sono l’essenziale. 

Il nostro da fare è fatto di passeggiate in mezzo alla natura, aperitivi in riva al mare, chiacchierate nelle timpe. Ci divertiamo nelle piazze, su balconi, terrazze, nei cortili, sul lungomare. 

In questi luoghi, dove la pioggia evidenzia strade dissestate, divide paesi, fa crollare ponti, tira fuori fiumi di sporcizia, il sole è un salva vita perché restituisce bellezza e lucentezza come dice mia figlia.
Non è che noi viviamo di allitterazioni solo sole, è che col sole risultiamo più belli e più felici.

Adesso scusatemi ma dopo 90 giorni di gennaio vado (shhh) a ad abbracciare la primavera e poi torno. 
#sud #pensieriasud #lostrettoindispensabile
Cose che mi hanno salvata quest’inverno. 1. I pran Cose che mi hanno salvata quest’inverno.
1. I pranzi al mare, a piedi nudi, a dicembre. Il mare, sempre;
2. Una domenica mattina al museo;
3-4-5-6 Le amiche dell’età adulta, quelle di sempre, quelle di mia figlia che poi sono diventate anche le mie;
5. Le feste di carnevale per bambini dove si vestono anche gli adulti; 
7- Sapere che per molti la tarantella è folklore, per altri è un trend, per altri ancora un qualcosa da “che fastidio”, per me è casa e condividere questi momenti con chi amo;
8. Uscire dalla mia comfort zone, andare a parlare con persone a me affini di cose che mi stanno a cuore;
9 i luoghi a misura di bambini e quelli che i bambini non li schifano;
10. I posti belli e la rete che mi sono costruita da quando ho scelto di tornare in Calabria; 
11. Natale con i miei, ma anche con queste personcine qui e la famiglia che mi sono scelta; 
12. Le tue mille avventure e la possibilità di rivivere una seconda infanzia; 
13. Tutte le cose che ho perso e poi ritrovato, quelle che si sono nascoste bene, quelle che ho lasciato andare;
14. La me ritrovata, perché negli ultimi anni non mi trovavo più ma ero solo immersa in un nuovo viaggio interiore;
15. la mia prima lavastoviglie della vita e sapere che l’elfo Lumi tornerà anche il prossimo Natale. (A dicembre imprecherò ma per adesso sono contenta che la magia continui);
16. La palestra e l’aver imparato a prendermi cura di me;
17. Smontare la cameretta, le convinzioni, cambiare strada, fare un passo indietro;
18-19-20 l’olio buono che ho centellinato e di cui devo fare scorta, la pizza, la mia “fede reggina”.

Cose che non ci stavano in 20 foto: le chat archiviate, silenziate, eliminate, il sabato mattina, il ferro per fare le onde ai capelli, i profumatori del bucato, il folletto, il cioccolato all’85%, L’estemporaneità che mi sono tenuta stretta, seppur con molta fatica. 

Ora, il punto è: tecnicamente è primavera ed io sarei pronta a rifiorire. Per cui ti sto aspettando ♥️ se mi stai ancora cercando, sono dove stavo ieri.
Quando vivevo fuori, la cosa che più adoravo era t Quando vivevo fuori, la cosa che più adoravo era tornare a casa all’insaputa di tutti. Mi divertiva fare sorprese, osservare la faccia stupita e incredula di chi non si aspettava il mio ritorno. 

A volte tornavo in un martedì pomeriggio qualunque, in autunno, in un giorno di pioggia, perché mi piaceva portare un po’ di scompiglio nell’ordinario. Un po’ di bellezza nella fatica dei giorni di chi resta, quando vedi chi più ami andare via. 

Quando tornavo a casa a sorpresa, a mio papà brillavono gli occhi, ma passata l’emozione, il volto si faceva scuro, perché non era venuto a prendermi lui in stazione, perché non mi aveva seguito durante il viaggio, perché non aveva passato la notte sveglio ad aspettarmi. 
Perché mio papà mi ha aspettato sempre, anche oggi, stanco e affaticato io lo vedo che mi aspetta. 

All’inizio i ritorni erano facili, più o meno una volta al mese, poi, con l’aumentare della distanza fisica, si è dilatato il tempo e accorciare le distanze è diventato sempre più complesso. È stato allora che ho visto i miei genitori invecchiare. Un grande privilegio, ne sono consapevole. Ed è per questa consapevolezza che ogni ricorrenza cerco dí celebrarla nel modo più autentico possibile. Non con regali materiali ma donando ai miei genitori quanto di più prezioso per loro: il mio tempo. 

Arrivo a Gionata conclusa, solo perché un domani possa ricordarmi che anche oggi abbiamo trascorso una giornata semplice, ma insieme: sorseggiando un caffè al bar, chiacchierando del più e del meno, alzando un calice, provando a rallentare. 

Avevo un sacco di cose da fare oggi e inevitabilmente ne ho lasciate tante indietro. Ma ci sono cose, che poi non sono cose, che ad un certo punto non aspettano più. 

La foto è dell’anno scorso in uno degli scatti di Antonia Messineo che forse non ho mai condiviso. 
Questo mi piace più degli altri
“Non puoi piacere a tutti” Luca Conti fu la prima “Non puoi piacere a tutti”
Luca Conti fu la prima persona a farmi cambiare prospettiva dopo un’intera vita a compiacere gli altri. Per non deludere o per uniformarmi o per insicurezza. Per tutte e tre le cose insieme.. Era il 2021. Sembrano passati pochi anni ma in realtà era un’altra epoca. E la cosa che subito notai quando entrai in quella community che era La Circle fu proprio questa. Luca era davvero di un’altra epoca, ma non nel senso negativo del termine, non di quelle persone antiche. Sembrava fosse rimasto indietro invece era un precursore. Come ha scritto Cristiano Carriero:, “era trent’anni avanti a noi: parlava di disconnessione mentre erano tutti connessi e schiavi del digitale. parlava di queerness quando nessuno sapeva cosa fosse, organizzava book club, metteva insieme persone, ti invitava a uscire dalla tua zona di comfort con l’incredibile risultato di farti sentire sempre a tuo agio”. 

Con lui ho seguito corsi sulla gestione del tempo, mi ha aiutato a pormi degli obiettivi mensili, ad occuparmi del mio benessere fisico e mentale per lavorare, io che ero da poco diventata mamma e faticavo a stare in questa nuova dimensione. Abbiamo letto assieme diversi libri.
A volte pensavo dicesse cose scontate ma poi mi sorprendevo quando mi rendevo conto che il senso della vita stava in tutta quella semplicità. 

L’ultima immagine che ho di lui è una colazione all’Aldiana Resort. Ci siamo conosciuti di persona lì, durante La Content Fest. Ricordo perfettamente di cosa abbiamo parlato e di quella videochiamata di mia figlia in cui si inserì anche lui, pur sapendo che lo smartphone a tavola, ma in generale lo smartphone, non faceva parte della sua visione della vita. 

Mi è rimasto il cruccio di averlo perso di vista negli ultimi anni. Perché il digitale è così. Ti avvicina velocemente, ma ti disperde con la stessa velocità e lui lo sapeva bene. 
Non eravamo amici. Abbiamo camminato vicini solo per un breve tratto di vita. Eppure, quegli insegnamenti, quei libri ritornano ancora oggi e so che resteranno.

Ciao Luca, ti saluto con un tramonto che ogni tanto ti mostravo durante i workshop. E vado a rileggere quel libro che mi hai consigliato.
I giorni del ciclone harry è successa una cosa che I giorni del ciclone harry è successa una cosa che mi ha fatto molto riflettere. 
Sono stati giorni in cui ho avuto poco accesssi ai social. Mi succede da un po’ ma in particolare in quei gironi. Scuole chiuse, più lavoro del solito ei in quei giorni con una bambina a casa. La vita offline ha preso il sopravvento. Mi collegavo on Line per leggere le notizie e i comunicati stampa che arrivavano, guardavo i tg. 

In nessuno di questi mezzi ho avuto accesso ad informazioni consistenti sulla gravità di quanto stesse accadendo in Sicilia, in Calabria e Sardegna. A Reggio Calabria la situazione è stata molto tranquilla. Giusto un po’ di pioggia. Solo ieri ho ripreso a collegarmi con più frequenza sui social e mi sono arrivate le immagini devastanti della costa orientale Siciliana, di Furci Siculo, Taormina, Siracusa, Siderno, Locri, Catanzaro. I social hanno fatto quello che non ha fatto nessun altro mezzo. Sono arrivati come una valanga: video, reel, testimonianze. Tutte con il medesimo racconto, la medesima narrazione: qui c’è stata l’apocalisse ma i tg nazionali hanno trattato la notizia come qualcosa di irrilevante. 

Non siamo entrati nell’agenda setting. 
Veniamo poco prima dellle notizie dello sport. Non c’è nessuno speciale, nessun approfondimento in tv. Solo i social. Content creator, divulgatori e medial locali ne parlano. 

E allora viene da chiedersi come mai? Perché se non è antimeridiomalismo questo, che cos’é? Siamo davvero destinati a non fare notizia? Ma soprattutto quando spezzeremo la catena che ci vede figlio di un Dio minore?

Credits video: @lucabarone_aerial_cinema @pioandreaperi @damianobevilacquaofficial @catanzaro__channel 
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