Itinerari: Roghudi vecchio

Itinerari: Roghudi vecchio

“La salvezza del mondo è nella natura selvaggia“. Mentre scrivo questo post, ripenso a questa frase del filosofo Henry David Thoreau. Non so se ci renderemo mai conto della verità di queste parole, ma so che nell’anno della pandemia in molti ci siamo sentiti ancora più vicini alla natura e ci siamo messi in cammino. Con questo spirito, con il team di Igers Reggio Calabria abbiamo organizzato un instawalk a Roghudi Vecchio, uno dei borghi abbandonati più suggestivi d’Italia. A guidarci durante questa camminata, le guide ufficiali del Parco Nazionale dell’Aspromonte Andrea Ciulla e Noemi Evoli con il progetto Passi Narranti.

Il viaggio verso Roghudi

Il nostro viaggio inizia a Bova, la capitale della Calabria greca. Da lì ci spostiamo in macchina e percorriamo la strada che dai campi sportivi di Bova conduce ad Africo e Roccaforte del Greco. Attraversiamo quello che che ormai è conosciuto come “U Passu da Zita” e qui facciamo la nostra prima sosta e ascoltiamo la prima storia.

U passu da zita è chiamato così perché si racconta che una ragazza di Africo, promessa ad un signorotto di Bova, attraversando il corteo nuziale, preferì lanciarsi dal ponte piuttosto che sposare un uomo che non amava. Da quel momento in poi nacquero anche le rivalità tra i due paesi e questo tratto venne chiamato “Passu da zita”.

Proprio da qui si abbraccia gran parte dell’area grecanica, con i borghi di San Lorenzo e Pentedattilo, la Fiumara dell’Amendolea e nelle giornate nitide il vulcano Etna.

Proseguendo in macchina per circa 20 km arriviamo al Borgo, con una sosta alla rocca del Drako (di cui ti parlerò più avanti). Il paesaggio è maestoso, come la frana Colella, la più grande d’Europa. Le nostre preziose guide ci raccontano che la fiumara dell’Amendolea è alimentata da questa frana.

Roghudi più che da vedere è da immaginare. Del borgo antico è rimasto un cumulo di macerie, il silenzio viene interrotto soltanto dallo scroscio della fiumara. Una linea sottile se la guardi da lontano, la traccia di un sentiero, ma siamo di fronte alla fiumara più grande della Calabria. Lunga circa 40 km, la fiumara Amendolea trova il punto di partenza nella diga del Menta e finisce il suo percorso a mare, a Condofuri.

Il borgo di Roghudi vecchio è stato costruito nel 1050 proprio qui, su uno sperone roccioso lungo e stretto dell’Aspromonte, a 600mt s.l.m., con le case a strapiombo sul letto di due fiumare confluenti: l’Amendolea e il Furria. Qui sono rimaste congelate le storie di un’intera popolazione, le risate dei bambini, la vita quotidiana dei contadini.

La storia del borgo fantasma

Un lungo ed infinito sonno si è impossessato di questo remoto borgo della Calabria nel 1971, quando, a seguito di un’importante alluvione, si è deciso che non conveniva più restare lì. Intere famiglie sono state completamente sradicate e trasferite altrove. Un vero e proprio sfratto che ha segnato la vita di 1650 persone. Molti abitanti non si sono rassegnati subito all’idea di abbandonare il proprio paese e si sono trasferiti nella frazione di Ghorio, ma nel 1973 una seconda alluvione li ha costretti a lasciare per sempre il borgo. Il paese nuovo è stato costruito diciassette anni dopo nel comune di Melito Porto Salvo e dista circa 40 km da Roghudi Vecchio.

Una lontananza che non ha mai affievolito il senso di appartenenza da parte di alcuni dei loro abitanti, che ancora oggi ritornano al paese durante il fine settimana o semplicemente per prendere l’acqua alla fonte e fare una passeggiata. L’ultimo “abitante” di Roghudi, Leone Pangallo ha perso la vita proprio qui, nel 2013. La sua casa è l’unica in cui sono rintracciabili frammenti di una quotidianità semplice e autentica.

Molti altri invece, hanno preferito chiudere tutti i ricordi in un cassetto, sigillarlo e non riaprirlo mai più.

Ma se parli con un roghusede, lo percepisci quel cordone ombelicale che non si è mai spezzato, nonostante molte delle tradizioni siano andate col tempo perse. A partire dalla lingua, il greco di Calabria di cui i roghudesi erano portatori.

Poi sono andata a riprendere un libricino di Francesco Turano e in mezzo a tutta questa poesia, ci ho visto la miseria di un paese abbandonato a se stesso, troppo remoto da raggiungere, così lontano dalle priorità del palazzo, dove non c’era acqua e luce in casa. “Un infelice e misero comune” dove “le strade vi sono anguste, erte, ripide, sdrucciolevoli e precipitose fatte più dal caso che dalla mano degli uomini, atte più per capre che per transito di gente”.

Cosa vedere a Roghudi Vecchio

Più che dirti cosa vedere a Roghudi, ti racconto cosa vedere attorno. Perché di Roghudi come hai letto sopra, non è rimasto nulla. Ci sono però tante storie che ruotano attorno questo borgo, miti, leggende e tanto da conoscere sul paesaggio, la flora e la fauna.

Rocca del Drako

La prima cosa da vedere prima di arrivare al borgo è la Rocca del Drako, un monolite all’interno del quale si narra soggiornasse un Drako, omone grande e grosso, che custodiva un antico tesoro raccolto dai briganti.

Solo di notte si allontanava dalla sua dimora per consumare la sua cena nelle vicine sette Caldaie. Sempre la leggenda racconta che chiunque si fosse avvicinato a colpire la rocca o a cercare di profanarne il tesoro custodito, sarebbe stato ucciso e spazzato via da un forte vento. Ascoltare questa storia ai piedi della Rocca del Draco ha un fascino misterioso, visto il vento che spira dalla valle del Furria. Ma non è la sola leggenda che ruota attorno a questa rocca. Come quella che voleva il Drago molto affamato e crudele e se non veniva assecondato tutte le volte che richiedeva cibo, era capace di creare frane e smottamenti e mangiare i bambini del borgo.

Un’altra tradizione racconta che il tesoro custodito dal Drako sarebbe stato donato a chi si fosse prestato ad una prova che consisteva nel sacrificare tre esseri viventi di sesso maschile: un capretto, un gatto nero ed un bambino appena nato. Il giorno in cui nacque in paese un bimbo malformato e rifiutato dai genitori, due uomini provarono a sacrificarlo assieme al capretto e al gatto, ma quanto toccò al neonato, una tempesta di vento si batte sui due e li scaraventò contro le rocce. Uno morì, l’altro, sopravvissuto, fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte. Da quel momento nessuno osò più sfidare il drako.

Altra particolarità del monolite sono i tre cerchi intagliati che guardano ad est, sulla cui origine si sono interrogati antropologi, geologi e studiosi del settore, senza trovare un accordo.

Caldaie del Drako

Poco più giù si trovano le Caldaie del drako, chiamate anche Caldaie del latte, formazioni geologiche calcaree, di roccia sedimentaria. Sempre secondo le leggende si diceva che queste caldaie producevano un liquido simile al latte adatto a sfamare il drago. Il nome caladaie deriva da caddare, che sono le grandi pentole che una volta venivano usate per cucinare e che tutt’oggi si usano per preparare le frittole, tipico piatto calabrese a base di maiale.

Tradizione delle Naràde.

Un’altra tradizione che avvolge di mistero e fascino il borgo di Roghudi e quella delle Naràde, figure mitologiche che avevano due piedi di asina e due di essere umano. Nei racconti grecanici abitano i boschi e le montagne. Secondo la leggenda di giorno si nascondevano, per poi apparire la notte con l’intento di attirare le donne del paese, convincendole ad andare al fiume a lavare i panni per ucciderle. In questo modo gli uomini del paese potevano accoppiarsi cono loro. Le uniche donne che venivano risparmiate erano quelle che offrivano loro latticini per cui le Nerade andavano pazze.

I luoghi dell’immaginazione

Passeggiando per il borgo non mi sono emozionata subito. A primo impatto mi è sembrato semplicemente un paese bombardato dalla guerra. Poi ho teso l’orecchio sui resti di quelle case sommerse da polvere e macerie, ho chiuso gli occhi e ho iniziato a sentire. Ho immaginato la vita scorrere lenta, le notti senza fine ad ascoltare il silenzio della montagna, i riti quotidiani. E poi ancora l’agorà, rappresentata dall’unica piazza principale, durante le sere d’estate, a vedere fino a dove può echeggiare il suono della zampogna. Balli e risate sincere nel buio della notte. I maccheroni* con il sugo della capra la domenica, ché qui vivevano per lo più pastori e contadini.

Si tesseva la ginestra a Roghudi, in ogni casa c’era il telaio, il forno per preparare il pane, si seminava il grano e si viveva con quello che offriva la terra. Parliamo di un paese in cui si barattava ogni cosa, dalle medicine, all’abbigliamento, con i prodotti della terra e della pastorizia.

Immaginare, dicevamo. Non c’è altro da fare quando si arriva qui, in quello che a prima impatto è diventato un non luogo.

Eppure Roghudi è custode di una memoria che è necessario tramandare. Di vita contadina, di conformazione delle case che danno il senso di una comunità. Perché a Roghudi le case erano tutte attaccate e tu non puoi fare altro che immaginare scene di vita ordinaria, con profumi, odori, ma anche fetore. Ché in luoghi così devi condividere tutto, anche quello che non sopporti. Non si scappa da certi luoghi, perché ci sono tradizioni così infinitamente ancestrali e radicate, da trascinarle con noi ovunque andiamo. Una cosa che colpisce ad un occhio più attento è la bellezza delle porte di ogni casa. Colorate, curate, che sembrano voler dire: Entra, accomodati, siediti.

Dal borgo scendiamo giù verso il letto della Fiumara. A farci compagnia mucche, rondini, capre, segno che Roghudi non è interamente disabitato, ma la natura ha preso il suo posto, tornando ad essere protagonista. Camminare lungo la Fiumara, immergersi nelle sue acque gelide è un’esperienza di totale unione con la natura.

Ci fermiamo a pranzare al sacco qui, contemplando il paesaggio circostante in una sorta di “invidiabile benessere”.

Come arrivare a Roghudi Vecchio

Arrivare a Roghudi oggi non è così difficoltoso come un tempo. La strada più comoda in macchina è quella che da Bova centro conduce al borgo. La strada è asfaltata e facilmente percorribile in circa 40 minuti.

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Un’altra strada (più lunga e più tortuosa) è quella che parte da Melito Porto Salvo e segue l’itinerario che porta a Roccaforte del Greco (passando per Chorio e San Lorenzo) e che ti condurrà al borgo di Roghudi Vecchio.

Una terza strada è quella che da Gambarie scende a Roccaforte del Greco. Qualsiasi sia l’itinerario che deciderai di seguire, ti consiglio di affidarti a guide esperte, come quelle di Passi Narranti.

Questi luoghi sono infatti intrisi di storie, molte della quali non possono essere racchiuse in un articolo e potrai apprezzarli solo con persone che hanno una profonda conoscenza del posto. Inoltre, si tratta di itinerari poco battuti e dove non sempre è possibile utilizzare il telefono.

Libri utili

Prima di lasciarti, mi piace consigliarti alcuni libri che possono aiutarti ad immergerti in questo viaggio. Naturalmente ce ne sono tanti altri e se ti va, aggiungili nei commenti.

“Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati” di Vito Teti. “In questo libro Vito Teti porta ad evidenza e ricompone per intero tutti i suoi percorsi di vita. L’oggetto – ma sarebbe più proprio dire “il soggetto” – sono i paesi abbandonati di Calabria, ripercorsi col passo lento e misurato della riappropriazione in ogni loro più densa e nascosta sfumatura: case capanne e grotte, alberi sabbie e pietre, acqua nuvole e vento” .

Tra la perduta gente” di Umberto Zanotti Bianco. Non ho ancora finito di leggerlo, ma mi è stato consigliato da Noemi, quindi mi fido. “Una raccolta di scritti che raccontano la condizione in cui la gente del Sud versava in un tempo non lontano, nel quale l’Italia già conosceva gli effetti del progresso economico e civile. Pagine nate tra cronaca e memoria, tra esistenza e storia, nelle quali figure, voci ed episodi danno corpo a una scrittura appassionata e coinvolgente «di questa terra aspra e dolcissima, arida e lussureggiante, straziata e pur sempre rinnovata»”.

La lingua mozzata. I grecanici nella vallata dell’Amendolea di Domenico Rodà. “Fino al XIII secolo tutta la Calabria meridionale parlava greco, oggi sono appena due i paesi calabresi in cui il grecanico sopravvive accanto al dialetto e alla lingua italiana: Roghudi e Gallicianò. Questo libro racconta per intero la storia dei grecanici della Vallata dell’Amendolea e di tappa in tappa mostra come una cultura, quella egemone, abbia compresso, eroso e messo in ginocchio un’altra cultura, cultura di minoranze, fino a farla scomparire quasi del tutto”.

I glossa dikìma jà ta pedìa. Il greco di Calabria per i bambini di Tito Squillaci e Filippo Violi. “Non è una semplice grammatica ma una via colorata e giocosa, uno strumento in più, per piccoli e meno piccoli, per re/imparare una lingua immeritatamente condannata alla scomparsa”.

*Un piatto tipico di Roghudi era Ricchi 'e previti (orecchie di prete), piccoli gnocchetti di farina di grano duro, rigati all'esterno con una forchetta,  oppure gli gnocchi di farina d'orzo e patate..

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